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Artisti calabresi nella raccolta della Città Metropolitana di Napoli

Tra le tante raccolte d’arte di Napoli, un posto particolare occupa la Collezione d’Arte della Città Metropolitana; che ha ereditato, di fatto, il patrimonio di dipinti e di sculture appartenente già alla Provincia di Napoli. Della raccolta fa parte pure un gruppetto di lavori di artisti calabresi, che appare documento originale dell’arte di Calabria nella Napoli di fine ‘800 e primo ‘900. Eccone un breve sunto.

Napoli

Eccellente ritrattista, specie di figure femminili dell’alta società, Achille Talarico (Catanzaro 1837 – Napoli 1902) ci dà un saggio, in questo piccolo dipinto, di quella beltà agreste che allignava un tempo nella Calabria contadina: una bellezza che nasceva, inconsapevole e gioconda, dal clima d’innocente purità dei campi. Le guance rubiconde della villanella e il suo sorriso franco si prolungano nel gesto di profferta d’un cesto di cavolfiori e di finocchi: una primizia della terra ch’ella porge come fiera attestazione della bontà divina del creato. Il disegno semplice della figurina non dissimula, per altro, le notevoli risorse del pittore: che stampa l’incarnato roseo della donna, e la macchia d’ocra del suo scialle, sopra un fondo blu cangiante che vira arditamente fino al verde vellicante delle foglie aperte del superbo cavolfiore.

Rubens-Santoro

Il rapporto secolare tra Napoli e le terre d’oltremare assume, in sulla fine dell’800, una forma propria d’esotismo: dove la memoria interpreta la storia alla luce diafana d’una fantasia, che disegna tipi tratti dal fiabesco più che dall’almanacco del reale. Così è per questo sorprendente tripolino, in cui Rubens Santoro (Mongrassano 1859 – Napoli 1942), più che ritrarre un’esatta identità, raffigura un tipo d’uomo all’orientale che la civiltà del golfo di Partenope imparò a conoscere lungo secoli lontani. Il barbaglio bianco del mantello veste la perla nera di un volto incredulo e dubbioso; sopraffatto da un turbante corallino che imprime un alito di fuoco al campo grigio del dipinto.

Enrico-Salfi

Di Enrico Salfi (Cosenza 1857 – 1935) così scriveva, nello scorcio dell’800, il letterato cosentino Stanislao De Chiara: “E’ giovane cultissimo e studia con gran coscienza non solo la parte tecnica dell’Arte, ma la sua storia, come la storia dell’epoca ch’egli vuole riprodurre nei suoi quadri, la quale è quasi sempre l’epoca pompeiana, o dei primi tempi del Cristianesimo”. Il dipinto riproduce – con ammirabile timbro di colori e fedeltà di tratto nella ricostruzione d’ambiente – un’assolata e solitaria via di Pompei. Un istrione – con tunica bianca, berretto a punta e lira alla mano – s’appressa davanti all’uscio d’una casa, serrato da un drappo rosso pompeiano. Ed osservando la regola di normale cortesia, domanda se sia lecito di entrare. Un attimo fugace di vita quotidiana della città sepolta dal Vesuvio nel 79 d. C. in cui riaffiora, vivace e subitanea, quella nota gaia di vita placida e serena che regnava sovrana nella Pompei dell’epoca romana.

Saverio-Gatto

Ai modi propri del classicismo greco, rivisto certo con gli occhi e con la mente di un artista italiano del ‘900, si deve questo bronzetto di Saverio Gatto (Reggio Calabria 1877 – Napoli 1959), di cui esiste una replica nel Museo Nazionale di Reggio Calabria. Il tema classico dello spinario viene qui elaborato in una coppia di nudo femminile, in cui l’una porge la pianta del piede conficcata da una spina e l’altra gliela cava, formando un gioco multiplo di direttrici plastiche col disporsi grazioso e variegato delle braccia, delle gambe e del torso.

Giuseppina-Renda

Al clima raccolto ed elegante di un salone borghese del primo ‘900 sembra, invece, appartenere questa testa di donna che Giuseppe Renda (Polistena 1859 – Napoli 1939) ha levigato con un nitore denso di lirismo romantico che avverte già l’ebbrezza malinconica del liberty. L’ovale del volto, illeggiadrito da uno sguardo radioso e come perso in un recondito ideale, si avvolge nel boccio d’una chioma che dilunga tutta la figura, esaltandone l’inquieto moto interno d’ansia giovanile.

Salvatore-Petruolo

La superficie a trama della carta si predispone ad accogliere la giostra di colori di questo acquerello che Salvatore Petruolo (Catanzaro 1857 – Napoli 1946) eseguì, come tanti, ritraendo la bellezza naturale della costa di Sorrento, della baia d’Amalfi, del golfo di Napoli. Il bianco abbacinante del terrazzo diluisce il suo chiarore nella filza di cocci allineati sopra il muro, ricettacolo di piante colorate che respirano la brezza; e nell’ombra grata d’una pergola, che imbrunisce una colonna partendo l’orizzonte in un sapido contrasto: tra vicino e lontano.

Guglielmo-De-Martino

Allievo di Andrea Cefaly nella Scuola di Cortale ed onorato da buona carriera nella piazza di Napoli, Guglielmo De Martino (Lamezia Terme 1845 – 1898) ha nel suo repertorio un frequente richiamo allo schizzo dal vero: in cui vuole cogliere, in modo fugace, lo spirito proprio d’un luogo. Qui è ritratta una piana solcata da un rivo, che riflette nell’acqua i colori di un cielo ingombro di nubi. Un basso orizzonte boschivo, animato da una schiera di cavalieri, fa da sfondo ad un asse di legno: sul quale una donna dei campi valica il rivo, assieme al suo cane.

Giuseppe-Cosenza

Autentico erede del vedutismo d’impronta napoletana, Giuseppe Cosenza (Luzzi 1847 – New York 1922) è stato a lungo uno dei più felici interpreti del gaio scenario del golfo di Napoli; per poi trasferirsi, in tarda età, negli Stati Uniti d’America. Il suo mare, celeste di lacca, su cui posano lievi le nubi che adombrano il giogo dei colli partenopi, ha barche festose di comitive galanti che godono assieme il prodigio d’un occhio di cielo proteso sull’acqua.

Carlo Andreoli

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