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L’informazione che mancava

La passione per l’archeologia

- La Storia, di Leonardo Iozzi

“Il vecchio Cetraro, formato da un agglomerato di case separate da viuzze, parla di antico e forse antico è, non importa se si chiamava Lampezia, Temesa, Scidro o con qualche altro nome (…)”. “Da quale cittadina della Magna Grecia trae origine Cetraro (…)? La risposta definitiva non può venire da un semplice dilettante di storia […]

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copertinaIl vecchio Cetraro, formato da un agglomerato di case separate da viuzze, parla di antico e forse antico è, non importa se si chiamava Lampezia, Temesa, Scidro o con qualche altro nome (…)”.

Da quale cittadina della Magna Grecia trae origine Cetraro (…)? La risposta definitiva non può venire da un semplice dilettante di storia cetrarese, né da dotti da tavolino, ma solo dall’archeologia, scienza che della zona di Cetraro non si è finora interessata” (L. Iozzi, Cetraro – Notizie Storiche, Mit, Cosenza 1973).

Il libro, composto da tre piccoli saggi, era stato da me pubblicato dopo aver fatto esaminare la parte relativa all’origine di Cetraro a un valente archeologo, reduce di una campagna di scavi in “Mesopotamia”. Era stato un mio caro amico, il prof. N. F. Parisi, a farmi conoscere l’esperto di archeologia.

Il mio saggio, con mia sorpresa e gioia, veniva positivamente segnalato, su giornali o periodici, da Giuseppe Forestiero, Rocco Liberti, Francesco Mollo, Luciano Conte e citato nell’opera “Temesa e il suo territorio” – Atti del colloquio di Perugia e Trevi, 30-31 maggio 1981, editi a cura di Gianfranco Maddoli – Istituto per la storia e l’archeologia della Magna Grecia, Taranto 1982. Dopo oltre vent’anni dalla sua pubblicazione, quel lavoro continuò ad essere citato negli interessanti saggi di Fabrizio Mollo e di Michele Manfredi Gigliotti.

Pur nella mia umiltà, devo riconoscere che le mie parole sono state profetiche.

I rinvenimenti archeologici nel territorio di Cetraro dimostrano che sbagliava chi, ad Acquappesa Marina, molti anni fa, in una manifestazione culturale promossa dal compianto prof. Nicola Carrozzino, ironizzava  sulle affermazioni sopra riportate,  contenute nel mio libro, sorprendendomi come persona nota per la sua serietà e come primo cittadino. Probabilmente, animato da spirito anticetrarese, non aveva gradito i miei riferimenti ai primi documenti sulla cetraresità degli acquappesani. Prossimamente, esibirò il documento più importante della storia di Acquappesa che conservo da circa 35 anni.

Chi ha letto il mio saggio sa che, da ricercatore solitario, ho cercato invano, su consiglio degli anziani, i ruderi del vecchio Cetraro nella contrada “Ncapulirtu”,  a “Santu Liu”.

A distanza di cinquant’anni, riconosco di non aver saputo intuire che forse nel vecchio toponimo “Ncapulirtu” andava individuata non l’odierna località “Sopralirto” ma la corrispondente sommità di quella collina detta “Trasella”. Certamente, sprovvisto di mezzi idonei, oltre alla medievale chiesa di S. Michele e al “Casale disfatto”, non avrei rilevato nulla di eccezionale.

In verità, io a Trasella, a visitare i ruderi di un luogo sacro che il venerando Michele Martilotta mi aveva indicato col nome errato di chiesa di “Santu Pietru a Catrizza”,  c’ero già stato alla fine di luglio del 1962. Chi volesse verificare la veridicità di quanto affermo, può cercare i quaderni su cui, a quei tempi, i visitatori del santuario di Monte Serra scrivevano  i loro nomi.

A partire dagli Anni Sessanta, ho girato in lungo e in largo l’agro cetrarese e in modo particolare i luoghi sacri, i mulini, i  vari torrenti, “la Punta della Mortilla o Rio Mortilla (Rio corruzione evidente di Rion)”. Grazie alla mia spasmodica ricerca, da alcuni vecchi seppi che nella zona “Mpedi a Petra”, ove esistevano ancora i ruderi della medievale chiesa di “S. Nicola de pedi a Petra”, erano state trovate delle “monete antiche e una lucerna del V secolo a. C.”.

A pagina 29 del citato libro, scrivevo: “A Santu Liu (zona detta anche Sopralirto) vi sono i ruderi della chiesetta omonima e un vecchio muro che parte dalla chiesetta e si prolunga per circa venti metri. A pochi passi da quel muro la roccia si mostra nuda, compatta, cosa che fa escludere la possibilità di alluvioni devastatrici tali da seppellire o da distruggere eventuali dimore o ruderi preesistenti”.

Dopo aver descritto la chiesetta di Porto Salvo ed evidenziato l’analogia fra detto luogo e quello del sacrario dell’eroe Polite, precisavo: “Il quadro della Madonna che attualmente si trova nella chiesetta è una stampa del 1884. Certamente il primo quadro (o statuetta) è andato perduto o sostituito per vetustà”.

Inoltre, nell’illusione di potere rintracciare le cave abbandonate di Temesa, sono entrato per lo spazio di circa venti metri nella grotta vicino al Casello e con scalpello e martello ho staccato, in più punti, dei pezzi di roccia. Ricordo che volevo farli esaminare nella facoltà di geologia della Sapienza, ma un amico, esperto di rocce, mi dissuase perché a suo dire, a vista d’occhio, non si riscontravano minerali come calcopirite, cuprite, malachite e azzurrite.

La mia silenziosa ricerca non si fermò; andai a visitare la chiesa di S. Lorenzo, nei pressi del Timpone, ed ebbi modo di notare lo stato di abbandono più assoluto di quel luogo sacro, che ancora conservava una logora tela con l’immagine del Santo. Successivamente, mi recai a S. Marina per un sopralluogo e il signor Antonio Martilotta, ch’era in mia compagnia, effettuò  alcune fotografie alla chiesa di S. Nicola di Giorgino (Iorgino).

Nel 1974, unitamente ai chiarissimi professori Luciano Conte e Franco Paletta, ho visitato “U Filascuosu” e  i ruderi della chiesa di Nicola di Tolentino”, nelle cui vicinanze erano state trovate delle “tombe del IV a. C.”. Scrissero sulle scoperte archeologiche sia il prof. Francesco Paolo Mollo (17 aprile 1974) sia il prof. Luciano Conte (5 maggio 1974), allora rispettivamente corrispondenti della “Gazzetta del Sud” e del “Giornale di Calabria”. Ciccio Mollo, tra l’altro, mise in evidenza, di detta zona, “una continuità di insediamenti in epoca romana, medievale e rinascimentale”. Considerata tale continuità e visto che il ritrovamento delle tombe antiche continua ad avvenire nelle vicinanze delle chiese e casali medievali, s’impone, per ogni archeologo che opera sul nostro territorio, la necessità di agire con circospezione e ciò per tenere distinte le testimonianze delle varie epoche.

Appresso, riporto i due articoli. Come la correttezza impone, ho chiesto al prof. Luciano Conte l’approvazione ad utilizzare il suo articolo. Parimenti avrei fatto col il fraterno amico Ciccio Mollo se il destino non l’avesse rapito al nostro affetto.

Con questo scritto desidero ricordare ai giovani che nel nostro paese vi furono persone che amarono il sapere e la ricerca e che non si avvalsero delle loro cariche istituzionali per accreditare la loro immagine di scrittori. Per quanto mi riguarda, ho dedicato tutta la mia vita alla ricerca storica, ho consumato le scale di accesso all’archivio di Montecassino e tra le nuove generazioni pochi sanno che ho pubblicato tantissimi saggi. Basta cliccare su internet (Wikipedia): “Cetraro – Chiesa di S. Maria delle Grazie” per rilevare che le mie notizie, su quel luogo sacro, sono attribuite a degli storici dell’arte che indossavano ancora i pantaloni corti o erano in fasce quando io quelle notizie le scrivevo su “Rinascita Sud” nel 1988 (vedi: Cetraro in rete: S. Maria delle Grazie, un breve saggio).

Uno due

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AUTORE DEL POST: Leonardo Iozzi




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