• 25 aprile 2018
Rosa Randazzo,

Il barone rampante. Sugli alberi per guardare bene la terra

Ho riletto per l’ennesima volta Il barone rampante di Italo Calvino. Ancora una volta ho sperimento come ogni lettura è una avventura, una sfida sempre nuova che ti spinge ad accettare le provocazioni di senso che ogni scrittore consegna al lettore

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Ed ecco che l’analisi approfondita del testo ti fa scoprire sempre nuovi significati perché il testo cambia con te, che sei sempre diverso, perché hai fatto nuove esperienze di lettura e nuove esperienze di vita. E, come sempre accade quando fai letture significative e coinvolgenti, ti assale urgente l’esigenza di comunicare agli altri le tue scoperte. Corollario della lettura è infatti il raccontare a voce o per iscritto.

Certamente le intenzioni dell’autore sono importanti. Ogni operazione critica, ogni lettura deve  muoversi all’interno dello spazio delineato da diversi importanti elementi: il genere dell’opera, il contesto storico in cui la vicenda è inserita, il contesto storico in cui l’autore vive, la conoscenza delle sue altre opere. Tutto ciò però non può farci  approdare ad un senso unico e definitivo.

I libri, come gli uccelli, intristiscono se li imbalsami in una unica interpretazione, smettono di parlarti e diventi afono.

Cosimo Piovasco di Rondò, il ragazzo che per protesta sale su un albero e decide di vivere tra i rami per sempre, senza scendere mai, per alcun motivo, tiene i libri su delle biblioteche pensili ma cambiava loro continuamente di posto, secondo gli studi e  i gusti del momento, perché egli considerava i libri un po’ come gli uccelli e non voleva vederli fermi o ingabbiati, se no, diceva  che intristivano. Sul più massiccio degli scaffali aerei teneva i volumi  dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert, i libri importanti  nel momento storico in cui è ambientata la vicenda del barone rampante e che,  nel momento che lo scrittore sta vivendo, nutrono il suo pensiero.

Qui di seguito alcune  tra le innumerevoli possibilità di senso  che Calvino ci affida e che io ho colto.

 

15 giugno 1767

L’incipit  è ambientato il 15 giugno 1767 quando aleggiano nell’aria i prodromi della Rivoluzione francese. Non è certamente il disgusto per le lumache che spinge Cosimo al suo gesto estremo, ma la ribellione individuale contro la cultura stantia, il rigorismo religioso,  la nobiltà chiusa alle novità, che vive con gli occhi rivolti al passato, la degenerazione dell’associazionismo, la massificazione,  propri del momento storico in cui lo scrittore vive e che Cosimo, autore- protagonista,  proietta sullo sfondo storico della rivoluzione  collettiva per eccellenza, la Rivoluzione francese, appunto.

 

Sugli alberi Cosimo Piovasco di Rondò vive una vita piena, ricca di avventure e di relazioni sociali.

La sua non è infatti una fuga dalla realtà. E’ la scelta di assumere un punto di vista nuovo e più efficace. Efficace perché gli dà l’opportunità di conoscere meglio se stesso e gli altri, di dare un contributo importante alla società in cui decide di vivere.

Ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento (II)

Diversi gli appaiono i ragazzi che saccheggiavano i frutteti. Una genìa di ragazzi che gli era stato insegnato di disprezzare e di sfuggire, e per la prima volta pensò a quanto doveva essere libera e invidiabile quella vita (II).

E libero è sugli alberi Cosimo. Glielo fa notare Viola, amica di tutti i ragazzacci di Ombrosa. Tu… sei sacro e inviolabile sugli alberi, nel tuo territorio, ma appena tocchi il suolo del mio giardino diventi mio schiavo e vieni incatenato. (II)

Nel mondo della libertà, Cosimo è certo, ricondurrà chi gli sta vicino e che ha il coraggio di guardare la realtà da un punto di vista nuovo e diverso.

Tu verrai con me, e verranno i tuoi amici che rubano la frutta, forse anche mio fratello Biagio, sebbene sia un po’ vigliacco, e faremo un esercito tutto sugli alberi e ridurremo alla ragione la terra e i suoi abitanti, dice a Viola (II)

Libertà e ragione vanno di pari passo.

 

Assumendo un punto di vista nuovo e diverso vede tutte le sfaccettature e la complessità della realtà

Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero.

Mentre il nostro, di mondo, osserva Biagio, (narratore ,fratello di Cosimo), si appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui che passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi …  (X)

A Voltaire che chiedeva a Biagio se il fratello rimaneva sugli alberi per avvicinarsi al cielo, Biagio risponde che il fratello giustificava il suo comportamento così affermando: Chi vuol guardare bene la terra, deve tenersi alla distanza necessaria. Atteggiamento ragionevole di un fenomeno vivente, creato non dalla Natura ma dalla Ragione,  sottolinea il padre della Ragione. (XX)

 

Cosimo era un solitario che non sfuggiva la gente

Si portava sopra i posti dove c’erano i contadini … e gettava voci cortesi di saluto. Stava delle mezz’ore fermo a guardare i loro lavori e faceva domande … cosa che sulla terra non gli era mai venuto di fare. (IX)

Quando Viola ritorna ad Ombrosa e andavano scoprendosi, raccontandosi le loro vite, interrogandosi (XXII), alla domanda se si sentiva solo rispetto al resto del mondo Cosimo risponde: – No, perché’ avevo sempre qualcosa da fare con altra gente: ho colto frutta, ho potato, ho studiato filosofia con l’Abate, mi sono battuto coi pirati…Con Gian dei Brughi leggevo romanzi, col Cavaliere facevo progetti idraulici.

La lettura di manuali d’arti e mestieri, per esempio d’arboricoltura, fa nascere in lui il bisogno di far qualcosa di utile al suo prossimo oltre che di sperimentare le nuove cognizioni. E anche questa, a ben vedere, era una cosa che aveva imparato nella sua frequentazione del brigante ( Gian dei Brughi); il piacere di rendersi utile, di svolgere un servizio indispensabile per gli altri. (XIII)

Nella prefazione  del 1960 a I nostri antenati, lo stesso Calvino  di alcuni personaggi comprimari dei tre  romanzi  che fanno parte della raccolta, dice : Il dato che li accomuna quasi tutti è d’essere dei solitari, ognuno con una maniera sbagliata d’esserlo, intorno a quell’unica maniera giusta che è quella del protagonista. 

Del cavalier avvocato, uomo solitario ma con una maniera sbagliata di esserlo, porta  sempre dietro l’immagine stranita … ad avvertimento di un modo come può diventare l’uomo che separa la sua sorte da quella degli altri, e riuscì a non somigliargli mai (XI)

 

Cosimo vive immerso nel mondo, ma cerca sempre di sfuggire alla tentazione della piena identificazione.

Il fico ti fa suo, ti impregna del suo umore gommoso, dei ronzii dei calabroni, dopo poco a Cosimo pareva di stare diventando un fico lui stesso e, messo a disagio, se ne andava (X)

Per quante doti egli assorbisse dalla comunanza con le piante e dalla lotta con gli animali, sempre mi fu chiaro, osserva Biagio, che il suo posto era di qua, era dalla parte nostra. (XI)

L’individuo si completa nella relazione con la realtà  ma deve rimanere fedele alla propria individualità. Calvino lancia un monito importante alla società massificata di oggi, in cui l’individuo tende ad annullarsi nel gruppo ed in cui l’originalità è considerata negativamente. L’originalità è un valore, osserva Calvino. Anche le idee più fuori dal comune potevano essere le giuste. (XXIV)

E’ importante mantenere la propria individualità, anche a costo di essere considerato eccentrico. Al padre che lo accusa di far comunella con i peggiori  bastardi ed accattoni, dice fermo: – No, signor padre,io sto per conto mio, e ognuno per il proprio.

Solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini. Riflette Biagio dopo la morte di Cosimo. (XXX)

 

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!

E’ l’uscita sconcertante di Cosimo quando casualmente una notte  scopre in una radura una riunione d’uomini con strani paramenti e arnesi, alla luce di candelabri. La sua uscita getta lo scompiglio tra quella che a lui sembra una riunione di congiurati.

E’ la scoperta di una riunione di una Loggia massonica.  I Massoni, afferma ironicamente Biagio , riconosciuta la sua alta dottrina, lo fanno entrare nella Loggia.

Anche qui  porta le sue idee originali, non è mai gregario.

Quando  si associa alla Massoneria,  ne sconvolge la normale liturgia. Ebbe un rituale molto più ricco, in cui entravano civette, telescopi, pigne …(XXV)

Ma già molto tempo prima che alla Massoneria era affiliato a varie associazioni o confraternite di mestiere, come quella di San Crispino o dei Calzolai, o quella dei Virtuosi Bottai, dei Giusti Armaiuoli o dei Cappellai Coscenziosi.

 

Le associazioni rendono l’uomo più forte

Cosimo – Calvino è scettico verso tutte le associazioni, ne coglie però anche l’aspetto positivo.

Le associazioni rendono l’uomo più forte e mettono in risalto le doti migliori delle singole persone, e danno la gioia che raramente s’ha restando per proprio conto, di vedere quanta gente c’è onesta e brava e capace e per cui vale la pena di volere cose buone ( mentre vivendo per proprio conto capita più spesso il contrario, di vedere l’altra faccia della gente, quella per cui bisogna tener sempre la mano alla guardia della spada)

Le associazioni sono fondamentali  quando c’è un problema comune da affrontare, un problema che sta a cuore a tutti. Allora ognuno mette da parte i suoi interessi personali e viene ripagato dalla  soddisfazione di trovarsi in concordia e stima con tante ottime persone.

 

Val meglio essere un uomo solo e non un capo

Ma più tardi, Cosimo dovrà capire che quando quel problema comune non c’è più, le associazioni non sono più buone come prima, e val meglio essere un uomo solo e non un capo. (XIV)

– Tu sai che potresti comandare alla nobiltà vassalla col titolo di duca? gli chiede il padre.

 -So che quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee, se le accettano; e questo è comandare.

– Vorrai essere degno del nome e del titolo che porti?

-Cercherò d’esser più degno che posso del nome d’uomo, e lo sarò così d’ogni suo attributo. (XIV)

 

Un’idea di società universale

L’atteggiamento contraddittorio di Cosimo – Calvino è da ricondurre, osserva Biagio,  al rifiuto di ogni tipo di convivenza umana vigente ai suoi tempi  e perciò tutti li sfuggiva e si affannava ostinatamente a sperimentarne di nuovi: ma nessuno d’essi gli pareva giusto e diverso dagli altri abbastanza; da ciò le sue continue parentesi di selvatichezza assoluta.

Era un’idea di società universale, che Cosimo aveva in mente. E tutte le volte che s’adoperò per associar persone, sia per fini ben precisi …. siccome riusciva sempre a farli radunare nel bosco, nottetempo, intorno a un albero, dal quale egli predicava, ne veniva sempre un’aria di congiura, di setta, d’eresia, e in quell’aria  anche i discorsi passavano facilmente dal particolare al generale e dalle semplici regole d’un mestiere manuale si passava come niente al progetto d’instaurare una repubblica mondiale di uguali, liberi, giusti.

E’ la degenerazione delle associazioni che Cosimo – Calvino rifiuta.  Traspare qui la delusione dello scrittore di fronte ai crimini di Stalin denunciati da Kruscev al XX Congresso del partito (1956).  A ciò si aggiunge la delusione per il comportamento tenuto dal PCI, di cui era un iscritto, di fronte ai fatti d’Ungheria. In quel congresso Togliatti, segretario del PCI, fa approvare una risoluzione a favore della repressione in Ungheria da parte dei carri armati sovietici, definendola una dolorosa necessità.

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