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Un Dio Padre nella chiesa di s. Domenico a Cosenza

A Cosenza, nella chiesa di s. Domenico, e propriamente dentro una cappella laterale che s’affaccia sulla sala dell’Oratorio del Rosario, è collocato un ovale di Dio Padre benedicente che mi sembra assai notabile: vuoi per l’alto pregio d’arte che distingue l’opera, vuoi per il valore storico che essa forse ha avuto nel processo evolutivo della chiesa.

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Giuseppe Santagata, nel descrivere il lavoro nel 1974, annotava quanto segue: “Nella piccola cappella, a destra, si conserva un dipinto ovale su tavola, con l’effige di Dio Padre benedicente – Mezzafigura di esecuzione accuratissima. Il quadro misura m. 1,25×0,80 e si tratta di un probabile frammento di una grande pala. L’opera è un’esecuzione della prima fase del XVII sec.”.

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Il dipinto sembra essere, di fatto, la cimasa di una pala ormai dispersa; assegnabile senz’altro a quel torno di pittura tardo-manierista, che si veniva sviluppando nella Napoli di fine ‘500 ed inizio del ‘600. E proprio questi dati – di tempo, luogo e stile – ci invitano a riflettere, al fine d’isolare la figura del suo artefice; prospettando, data la complessità della disamina, solo una serie d’ipotesi probabili.
Una traccia storica, rinvenuta nelle Vite di Bernardo de Dominici, ci porterebbe innanzitutto sulle piste di Girolamo Imparato (Napoli doc.1573-1607). E’ risaputo, infatti, come il biografo napoletano, nell’accennare alle occasioni di lavoro occorse all’Imparato nella città bruzia, notasse, a un certo punto, come al maestro sopraggiunse anche l’incarico “per dipingere una Cappella ad alcuni Signori di quella Città; della qual’opera a noi non è pervenuta una distinta notizia, né quali fossero quei Signori, che tale incombenza gli diedero, dicendosi solamente, che nella Chiesa di S. Domenico sia la Cappella da lui dipinta, della quale dipintura ne fu egli largamente rimunerato.” Tale memoria – presa col solito beneficio d’inventario, che sovente si riserva alle notizie di Bernardo de Dominici – pure colpisce per la precisione con cui viene tramandato il luogo dove si trovava la “Cappella da lui dipinta”: ovverosia, la chiesa cosentina di s. Domenico. E la medesima espressione ci induce, pure, a credere che si sia trattato di un’opera complessa: una pala d’altare, perlomeno; di cui l’ovale attuale formerebbe, appunto, solo la parte terminale superiore. Resterebbe ora – e non è poco – di ritrovare in mezzo al repertorio di Girolamo Imparato un dettaglio prezioso che possa, in qualche modo, accostarsi alla fattura del tondo di Cosenza; per comprovare, al tutto, l’asserzione di Bernardo de Dominici. Ed ancor più dell’Eterno Padre che sovrasta la Croce dei Sette Sacramenti (1603) di Pianisi, mi pare prossimo al dipinto di
Cosenza il sacerdote che campeggia al centro della Circoncisione (1603-06) del Museo di Capodimonte in Napoli.

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Un sodale in pittura di Girolamo Imparato fu Giovanni Angelo d’Amato (Maiori doc.1576-1615): “figura cui l’Imparato sarebbe rimasto legato per venti anni circa, anche se non in modo continuativo, da vincoli di società e compartecipazione”. (S. Falabella) E tale comunanza di stile e di bottega, fino anche a condividere l’esecuzione propria di opere commesse, potrebbe autorizzarci a prospettare un’altra ipotesi, non vana, di attribuzione del dipinto cosentino.

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Una pala d’altare della Madonna del Rosario, custodita oggi nel Museo diocesano di Vallo della Lucania, ha nel fastigio un Eterno Padre che molto s’accosta, nelle forme, al dipinto di Cosenza: salvo che la cromia ha colori chiari e più brillanti; e non il timbro fosco, e denso d’ombre, entro cui si raccoglie quasi il pathos del Dio Padre di Cosenza.

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Timbro che ritroviamo, invece, nel Cristo e l’Eterno Padre di Fabrizio Santafede (Napoli 1560-1634) allocato nel Museo civico di Castel Nuovo in Napoli; insieme con quelle dita un po’ ricurve, che l’ignoto pittore della tavola cosentina ha riportato bene dentro il suo lavoro. Quasi debito tributo al Santafede, che della schiera di pittori del tardo-manierismo napoletano fu come il capostipite.
Prima di chiudere questa breve – ed aperta – rassegna attributiva, mi preme segnalare una circostanza singolare: giacché mostra come a distanza di poco meno d’un secolo dall’esecuzione del Dio Padre di s. Domenico, l’ambiente d’arte locale ne avvertì in certo modo il suo valore d’arte peculiare. Tant’è che nella chiesa di s. Francesco d’Assisi di Cosenza, un maestro cosentino della fine del ‘600, Daniele Russo (Trenta doc. 1669-94), riportò dentro il fastigio della sua pala della Madonna Immacolata (1681) un Eterno Padre che riprende in toto l’originale della chiesa di s. Domenico.

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Carlo Andreoli

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