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Simbologia biblica nella pittura di Saverio Ricci

Nativo di Terranova da Sibari ed operoso nella Calabria Citeriore tra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700, il pittore e decoratore Saverio Ricci, noto altrimenti come Francesco Saverio Riccio, ha lasciato la sua opera di più ampio respiro nel convento di s. Antonio di Terranova da Sibari; ove ha dato mano ad un vasto ciclo d’affreschi e di decorazioni, sia nell’aula della chiesa conventuale, che nell’annessa sagrestia.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – Veduta parziale della decorazione del soffitto e del cleristorio (Saverio Ricci, 1690-1705)

In questa sede, ci preme dare un saggio d’una parte di tale ciclo di dipinti; che prende propriamente in esame la serie numerosa, e affatto originale, della simbologia delle Sacre Scritture: valido esempio di raffigurazione sintetica, ma alquanto efficace nella sua espressione, di complessi temi dottrinali.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – La scala di Giacobbe (Saverio Ricci, 1690-1705)

Dal libro della Genesi è ritratta una delle più celebri allegorie: la ‘Scala di Giacobbe’. Figlio d’Isacco e di Rebecca, Giacobbe è in viaggio per raggiungere la casa di suo zio Làbano. Sostando nel riposo, ha un sogno divinatore. Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.” (Genesi 28,10-12) Nella resa pittorica del Ricci, la scala – simbolo d’unione tra umano e divino, che s’ottiene solo grazie alla preghiera – è priva dei soggetti richiamati nel testo sacro: Giacobbe dormiente e gli angeli che la percorrono. L’evento si sostanzia nella presenza secca, ma emblematica, d’una scala in marmo, scavata tra la roccia, che si termina in un arco di trionfo; nel contesto, fascinoso, d’un paesaggio marino che si perde in lontananza.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – Il giardino serrato (Saverio Ricci, 1690-1705)

Il Cantico dei cantici è uno dei testi più dibattuti della Bibbia ebraica e cristiana. Composto intorno al IV sec. a. C. da un anonimo, narra d’una leggiadra corresponsione d’amorosi sensi tra un uomo ed una donna, che tocca vertici altissimi di poesia e d’umano sentire. Ed in essa, l’esegesi cristiana ha voluto intravedere l’allegoria d’amore tra Gesù e la sua Sposa, ossia la Chiesa. Il Ricci ne rappresenta quattro episodi; noi, ne scegliamo due. Il primo, il ‘Giardino serrato’, deriva dal paragrafo 4°: “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata. I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, alberi di cipro con nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo con ogni specie d’alberi da incenso; mirra e aloe con tutti i migliori aromi. Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano.” (Cantico dei cantici 4,12-15) L’hortus conclusus vuole essere una metafora del recesso intimo ed inaccessibile dell’essere della Donna: la sua purezza virginale; ed in quanto tale ricorre spesso, come brano naturale, nel tema della ‘Annunciazione della Vergine’. Ricci lo propone sotto specie d’un pittoresco anfiteatro verde, da giardino all’italiana. Fugato da un duplice filare di cocci infiorati, che traguarda un fresco padiglione ricoperto d’edera.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – La torre (Saverio Ricci, 1690-1705)

L’altro episodio, tolto sempre dal Cantico dei cantici, è ripreso dall’Appendice finale del testo; ove è la Donna che parla di se stessa. “Io sono un muro e i miei seni sono come torri! Così sono ai suoi occhi come colei che ha trovato pace!” (Cantico dei cantici 8,10) In questo caso, il carattere della Donna emerge nella sua Fortezza, che trova un sentimento di Pace nella sua immota stabilità. E giunge quasi naturale, al Ricci, di fingere questa allegoria dipingendo una delle tante torri saracene che punteggiano la piana di Calabria.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – Il cedro del Libano (Saverio Ricci, 1690-1705)

Molto ben riuscita appare anche la serie di cinque allegorie tratte dal Siracide: libro sapienziale della Bibbia cristiana, composto nel 180 circa a. C. da “Gesù figlio di Sirach”. Le predette allegorie enumerano, di fatto, le raffigurazioni contenute nei capoversi 13 e 14 del paragrafo 24; ove la Sapienza illustra se stessa sotto varie specie: “Sono cresciuta come un cedro sul Libano, come un cipresso sui monti dell’Ermon. Sono cresciuta come una palma in Engaddi, come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura; sono cresciuta come un platano.” (Siracide 24,13-14) Anche qui trascegliendone due, si nota nell’episodio del ‘Cedro del Libano’ una curiosa cadenza provinciale. Il Ricci confonde, di fatto, il maestoso albero di cedro del Libano con l’arboscello di cedro, che proprio in Calabria Citeriore attecchisce: e lo fa carico di penduli frutti.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – L’ulivo nella pianura (Saverio Ricci, 1690-1705)

L’episodio dello ‘Ulivo nella pianura’ (Siracide 24,14) dà modo di far rilevare lo squisito senso paesistico di cui l’arte di Saverio Ricci è prodiga: debitore, certo, del vedutismo barocco d’ambito partenopeo. L’ulivo fronzuto d’un bel verde sta tra ceppi monchi ed abbrutiti dal tempo; mentre sopra un isolotto, in lontananza, s’erge tra il mare il rudere d’un castello. La cromia, dai toni tenui e dilavati, s’armonizza con l’intento evocativo del dipinto.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – La luce nelle tenebre (Saverio Ricci, 1690-1705)

Nei temi allegorici affrontati dal Ricci, il Nuovo Testamento è presente con una ripresa dal Vangelo di Giovanni, contenuta nel Prologo: “la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.” (Vangelo di Giovanni 1,5) La lotta titanica tra la Luce e le Tenebre viene risolta, invero, dal Ricci con una gaia rappresentazione: un sole ridente illumina del suo buon umore una terra riarsa, di cui s’intravede la sparuta città. Non un calo di registro d’interpretazione, ma l’adeguamento della massima evangelica ad una vita quotidiana già dura di stenti.

Terranova da Sibari – Chiesa di s. Antonio – La città di Dio (Saverio Ricci, 1690-1705)

Finanche la patristica è presente in questo vasto affresco dottrinale, ordinato dal Ricci nella chiesa conventuale di s. Antonio: assieme a temi evangelici, allegorie delle virtù, ritratti di padri e martiri francescani, immersi tutti nel contesto d’una decorazione ricca e vorticosa. La ‘Città di Dio’, descritta da s. Agostino nel 416-26 d. C., è la città fondata sull’amor di Dio; la quale si contrappone alla città terrena, fondata invece sull’amore proprio. Ricci la vede cinta di muri e torri; ma le sue porte sono aperte, a chi vi vuole entrare.

Carlo Andreoli