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Pietro Negroni nella chiesa di s. Maria di Portosalvo a Palermo

Posta nel fondo del rettifilo del Càssaro, che taglia la città per dirigersi fino alla Cala del porto di Palermo, la chiesa di s. Maria di Portosalvo fu iniziata nel 1526 da Antonello Gagini; e terminata, dopo circa 30 anni, dai suoi figli, assistiti nella fabbrica da Antonio Scaglione. Nel 1581, per volere del viceré Marcantonio Colonna, inteso a proseguire il tracciato della strada col tratto ulteriore del Càssaro Morto, la parte absidale della chiesa fu rimossa. Sì che oggi essa si mostra con un partito bifronte, che ha nell’ordine inferiore due portali di scuola gaginiana sovrastati d’una serie di finestre; mentre tutta la facciata, ripartita da lesene e rivestita in chiara pietra levigata, riesce a conservare nello scarto del suo doppio ordine un misurato senso d’eleganza cinquecentesca.

L’interno della chiesa contempla, in modo affatto originale, la presenza di due stili architettonici diversi: quello originario, d’impronta rinascimentale, voluto dal Gagini ed avvertibile sopra tutto negli archi a tutto sesto delle cappelle laterali; ed uno stile gotico-catalano, immesso invece dallo Scaglione, notabile negli archi a sesto acuto della navata centrale, rialzati arditamente sopra i capitelli.

L’ambiente è suddiviso in tre navate e nella cappella centrale d’una navata laterale si conserva un’opera di pregio singolare: un trittico su tavola – racchiuso in una cona intagliata e dorata – addebitabile all’arte di Pietro Negroni (Cosenza not. 1539-1567): artista che reclama sempre più un proprio ruolo nell’arte della Napoli del medio ‘500. Unendo un ricco linguaggio espressionista – denso di sonanti cadenze regionali – ad una chiave tipica di composizione, che volge il repertorio della scuola romana verso un grottesco e patetico realismo. Un’opera che forma, pertanto, un documento raro dell’attività del maestro calabrese in Sicilia e segna un grado distintivo del suo percorso d’arte, allegandosi alla fase matura della sua produzione.

Il trittico ha nel mezzo una Madonna col Bambino, nell’atteggiamento proprio di Madonna del Carmelo: come vuole la presenza della stella sopra il manto e l’unione intima del volto della madre con quello del figliolo: tratto d’affetto familiare, che mai è dato di trovare nelle tante Madonne col Bambino ritratte dal maestro. La Vergine è ripresa in una mezza figura e dietro ad un frontale riquadrato – sì da farla avanzare in primo piano, rispetto alle due figure stanti laterali – mentre due angeli lontani si accingono a portare sul suo capo una corona aurea.

A sinistra, è un s. Giovanni Evangelista che ostenta, nella mano destra, il calice del miracolo di Efeso; mentre un’aquila ai suoi piedi ci ricorda la sua lungimiranza nello scrutare i misteri del divino, quale appare nell’Apocalisse: libro che tiene saldo nell’altra mano. Sulla destra, un s. Antonio da Padova – con la gamba prominente sotto un saio ricolto in una lunga piega verticale – tiene un giglio tra le dita. Lungo la predella scorre, infine, l’ampio brano di Gesù tra gli apostoli; chiuso agli estremi tra due ovati, ravvolti dentro il riccio d’un cartoccio.

Il trittico non è firmato, né datato; ma chiara appare la mano del Negroni, riportando taluni suoi dettagli ad opere patenti del maestro, risalenti a qualche anno prima del 1555: così da porre tale data come esecutiva.
Il s. Giovanni Evangelista di Palermo è una ripresa, ad esempio, dell’analogo soggetto ritratto nelle “Nozze mistiche di s. Caterina” del museo nazionale di Buenos Aires: datato al 1554.

Così come il s. Antonio di Palermo ripete nella forma la figura esile e slanciata – e con il capo tondo e tonso – del s. Lorenzo di S. Maria del Castello a Castrovillari: datato al 1552.

Carlo Andreoli

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