di Carlo Andreoli
Nel Museo diocesano di Rossano, si conserva un’opera di pregio singolare: la cosiddetta “Tavoletta della Pace”, opera che racchiude un dipinto prezioso dentro una cornice in legno, argento e pietre dure.

Mi pare d’osservare, anzitutto, come il termine di “Pace” che s’assegna al manufatto risulti, invero, improprio. Dato che con esso (tabella pacis) veniva un tempo designato, in ambito liturgico, un tipo di speciale arredo sacro – icona in legno od in metallo, avente spesso per soggetto un “Ecce homo” od un “Cristo risorto” – che posto sull’altare durante la funzione – e perciò munito d’un sostegno posteriore per tenerlo in vista – si portava tra i fedeli dopo l’Agnus Dei per offrirlo al bacio della pace (osculum pacis).

Non a caso il Barillaro, nel menzionare l’opera (cm25x22, nel formato intero), la descriveva come “tavola rinascimentale dipinta a miniatura, in ricca cornice di ebano intarsiata e decorata da motivi floreali, con ornamenti in metallo e pietre preziose colorate” (Emilio Barillaro, Calabria – Guida artistica e archeologica, Cosenza, 1972; s.v. Rossano). L’assenza del dispositivo d’appoggio posteriore e la presenza, invece, d’un fregio in metallo traforato – fissato sul profilo superiore della cornice, e del tutto consono al suo stile ornamentale – fanno propendere per un oggetto di devozione domestica, sospeso magari sull’alzato d’un altarolo o di un inginocchiatoio da sala.

Matrimonio mistico di s. Caterina d’Alessandria
Di particolare interesse si rivela, poi, il dipinto in miniatura, contenuto all’interno della tavoletta: un “Matrimonio mistico di s. Caterina d’Alessandria”, eseguito verosimilmente a tempera su pergamena ed avente dimensioni di cm13x11. Al riguardo, la scheda del Catalogo generale dei Beni culturali (18/ 00002575) nota come “Il dipinto, detto ‘la Pace’ rappresenta la Madonna, il Bambino, Santa Caterina d’Alessandria e San Giuseppe, in una ricca cornice intarsiata ed adorna di pietre dure.” La nota descrittiva del Museo diocesano osserva, invece, come l’opera raffiguri “il ‘Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria’, cui assiste la figura di un pontefice, al momento, di difficile identificazione. Il manufatto, databile tra la fine del XVI e inizi del XVII secolo, si richiama a modelli del tardo rinascimento toscano.”

Matrimonio mistico di s. Caterina d’Alessandria
Un contributo critico alla disamina dell’opera potrebbe ora derivare da un dipinto da me rinvenuto nella collezione d’arte del Castello di Masino, a Caravino (Città metropolitana di Torino). Si tratta anche in questo caso d’una miniatura (cm 16×12), eseguita a tempera su rame, ed avente per soggetto un “Matrimonio mistico di s. Caterina d’Alessandria”.

Matrimonio mistico di s. Caterina d’Alessandria
Come si legge nella scheda del Catalogo generale dei Beni culturali (01/00047923), il dipinto raffigura “un interno aperto su una veduta cittadina. Sulla sinistra della composizione, posto davanti ad un pilastro ed alle spalle della Vergine, è raffigurato San Giuseppe, il capo avvolto in un leggero turbante porpora ed il manto color bruno su una veste verde. La Vergine siede reggendo sulle ginocchia il bambino, nudo, rivolto verso di lei. Ella, vestita di un manto blu intenso su una veste rosa, volge lo sguardo dolce verso il bambino, sorridendo verso Santa Caterina. Questa, è inginocchiata ai piedi della Vergine e gioca con una manina del piccolo Gesù.” Ma il dato più importante emerge ancora da un’iscrizione a penna, vergata in corsivo sul retro della cornice: “Kr Ventura Salimbeni / Sanese”.

La miniatura di Caravino – a sinistra – sarebbe, quindi, una copia d’un dipinto originale di Ventura Salimbeni (Siena 1568-1613): pittore ed incisore di scuola senese, fratello naturale di Francesco Vanni, attivo nella Corte pontificia di Roma durante il periodo 1588-1595. Il raffronto con la “Pace” di Rossano, a destra, mi pare sorprendente: di diverso, qui c’è un fondale astratto, il campo visivo scorciato a sinistra, il fiocco che agghinda il capo della santa. Ma il gruppo di figure, la loro reciproca postura, e lo stile delicato d’impronta senese, nella loro sostanza mi sembrano medesimi.
