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L’emigrante cetrarese

Last updated on 29 Agosto 2021

È così: dopo aver raccolto le poche cose che avevano in delle valige di cartone, li vedevi allontanarsi sempre più, sparire all’orizzonte, accompagnati da un vento caritatevole, che sembrava accarezzare le guance, asciugando quelle lacrime che gli addii avevano prodotto. Oltre l’orizzonte ad attenderli un TRENO DI TERZA CLASSE, che li portava in paesi sconosciuti, dove a prevalere era il grigio del cemento e della nebbia, dove i fiati sarebbero stati fumanti nel freddo e rigido inverno.

valigia-di-cartoneFino al loro ritorno avrebbero dimenticato quelle belle giornate d’autunno, con quella leggera brezza che ti accarezza e sembra coccolarti. I contatti con i propri affetti erano molto rari, ci si affidava a qualche lettera per chi aveva la fortuna di saper scrivere e qualche telefonata ogni 15-20 giorni! Per resistere in quelle condizioni ci voleva una grande forza di volontà e la certezza che con i guadagni mai visti prima, si poteva offrire un po’ di benessere alla famiglia, rimasta in un mondo splendido ma dannatamente scarno.

Verso la fine degli anni ‘60 le popolazioni del Sud Italia erano oppresse dalla crisi economica; in particolare nelle zone rurali, la gente viveva di stenti, con le poche cose che riusciva ad ottenere dalla terra, comprando poco o nulla. Fu così che tanti decisero di emigrare  al Nord, dove il più delle volte bastava arrivare nelle grandi stazioni per essere subito contattati da qualcuno in cerca di manodopera.

Si poteva addirittura scegliere se lavorare nell’edilizia o nell’industria, anche se era un’industria ancora basata sulla manualità. Ma i più audaci decisero di  emigrare in SVIZZERA, dove c’erano sicuramente tante difficoltà in più, ma queste erano compensate da una paga migliore e da un ulteriore guadagno derivante dal cambio FRANCO-LIRA. La SVIZZERA offriva tanto in termini economici, ma in cambio di sacrifici enormi; gli EMIGRANTI vivevano in delle BARACCHE costretti a lavorare con qualsiasi condizione atmosferica; in sintesi barattavano la salute con il danaro.

I cetraresi partiti per forza, non avendo altra scelta, sono come le foglie d’autunno, se li porta via il vento. Promettono un ritorno che sarà per sempre, ma che in realtà ci sarà solo in età avanzata. E quando finalmente questo agognato ritorno ci sarà, spesso la loro gioventù volge al termine, adesso che hanno enormemente migliorato il loro tenore di vita, ecco presentarsi i tanti acciacchi dovuti in parte all’età, ma soprattutto al lavoro svolto quasi sempre sotto le intemperie, o peggio nelle fabbriche a contatto con sostanze nocive. Per curarsi saranno costretti a spendere buona parte o tutti i loro averi, vanificando i sacrifici fatti, passando una vecchiaia di stenti e a volte nemmeno tanto lunga!

Dopo quasi mezzo secolo di progresso le cose non sono cambiate, la crisi incombe ancora più di prima, la gente è costretta a scegliere se morire di fame o delle tante malattie che fabbriche come l’ILVA causano; nelle zone periferiche esistono tante cattedrali nel deserto, vetrine di uno sperpero costante e crescente che la CORRUZIONE ha prodotto. Nemmeno emigrare si può, il grande Nord è agonizzante, la SVIZZERA limita gli ingressi e tanti altri paesi non sono messi meglio. Qualche opportunità arriva ancora dall’Inghilterra e da paesi molto lontani e non facilmente accessibili come l’Australia, ma per arrivare lì non bastano le VALIGE di CARTONE e un TRENO DI TERZA CLASSE!

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