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La nascita del borgo S. Marco, di Leonardo Iozzi (II parte)

Last updated on 15 Marzo 2017

La schiera di coloro che scrivono su materie storiche è numerosa, tuttavia va precisato che sono pochi i veri ricercatori, uomini silenziosi, che, ponendo alla base dei loro studi la ricognizione delle fonti archivistiche, promuovono la vera conoscenza storica dei fatti e dei personaggi. Sono invece tanti, e crescono in modo smisurato e rumoroso, coloro che scrivono seguendo pedissequamente le altrui “sudate carte”, spronati dal desiderio di gloria.

CartolinaCetraro
Cartolina realizzata dalla tabaccheria-cartoleria Losardo Rosina

Questa mia considerazione è stata riportata nel libro Notizie storiche – S. Benedetto Ullano (2009) del chiarissimo prof. Romano Napolitano, il quale precisa: Frase recisa, veridica, incisiva, di L. Iozzi, da: Giovanbattista Spinelli, figura di primo piano nella Storia italiana del XVI secolo, Presentazione scritta al saggio di M. Santoro, Giovanbattista Spinelli, Conte di Cariati e Duca di Castrovillari, alla Corte dell’Imperatore Carlo V, Editoriale progetto 2000, Cosenza, luglio 2008. p. 7.

A mio parere, con lo studio si può diventare scrittore, verseggiatore, latinista, ma storico e poeta si nasce. Lo storico, tra l’altro, deve amare “il santo vero” e deve avere la passione per la ricerca.  Riprendo il discorso sul Borgo:

“(…) La polemica divenne lotta spietata, feroce, calunniosa, che coinvolgeva tutto il paese, come si può rilevare da numerosi periodici e dai due giornalini cetraresi: Cetraro Nova  e L’Aurora.

Il primo giornale, fondato da Attilio De Caro, Luigi Losardo e Francesco Aita, (…) dal mese di settembre 1909,  (…) cominciò, contro l’Amministrazione Comunale, una campagna dura, che coinvolgeva tutte le questioni: l’inerzia amministrativa, la situazione finanziaria, il Borgo marinaro e l’assegnazione delle case, la “Società Cooperativa tra muratori”, di cui venivano messe in evidenza da F. Aita le irregolarità di funzionamento.

(…) Detto mensile, soffermandosi periodicamente sul costruendo Villaggio Marinaro, parlava di assurde mostruosità edilizie, di triste opprimente sistema cellulare, di porcili, di case per una colonia di reclusi, di case con stanze come celle carcerarie, di stanzette soffocanti  (Cfr. Cetraro Nova, n. 6, 12 sett. 1909; n. 4 , 29 maggio 1910). Certamente alcune cose andavano rivedute.

Cetraro Nova, senza soluzione di continuità, denunciava le negatività del nuovo complesso edilizio e ciò, come sostenne il Sindaco, non per porvi rimedio e migliorare l’abitabilità delle nuove case, ma per scoraggiare i meno abbienti (poveri e pescatori), ancora indecisi, sulla scelta di una nuova abitazione.

Intanto era nato un altro periodico intitolato L’Aurora, il cui Redattore Responsabile fu Vincenzo Militerni.

LeonardoIozzi
1972, foto scattata da Leonardo Iozzi

(…) Giudizio  positivo, attraverso L’Aurora, aveva espresso, nella primavera del 1910, Vincenzo Militerni, un osservatore attento ed obiettivo: “Il Borgo… tecnicamente parlando, può dirsi un fatto compiuto; e la tecnica, in quanto riguarda l’esecuzione e la bontà dei materiali, è d’una scrupolosità sorprendente. Esteticamente, per chi l’osserva dall’alto del paese, è armonioso, nella sua semplice e spigliata bellezza…”. Tuttavia, il Militerni, con onestà e lucidità, aggiungeva “che lo Statuto regolatore della nuova borgata poco o nulla risponde, in effetti, alle promesse dei nostri benefattori” (L’Aurora, n. 1, 2 aprile 1910).

Egli precisava che le case della borgata andavano concesse “gratuitamente alla povera gente del paese in prevalenza ai marinai”. Il “vero povero”, a suo parere, non poteva “pagare una tassa non lieve, relativa a imposta fondiaria, manutenzione e assicurazione”. Secondo il Militerni, per curare le piaghe della “nostra vera miseria”, lo Statuto andava riveduto e in modo particolare l’articolo 4.

Il 29 maggio  1910, il De Caro sferrava un articolo (Cfr. Cetraro Nova, n. 4) duro contro il Borgo: egli si soffermava sulla “nostra classe marinara”, rappresentandola come “un piccolo mondo esaurito, nel quale il “nostro buon marinaro”, in modo quasi poetico-caricaturale, è visto  come un “randagio”, da tempo proiettato da “aneliti ulissidi” verso una “vita oceanica” d’emigrazione, vita che lo aveva portato a un “livello sociale relativamente discreto” da possedere case migliori di tanti altri cittadini e pertanto non nelle condizioni di avere bisogno delle anguste e soffocanti case di cemento armato del Borgo.

(…) Nello stesso articolo, per un “sogno informe ma vasto di una trasformazione radicale della nostra angusta e patriarcale esistenza collettiva”, Cetraro Nova propose alle autorità d’istituire “premi e facilitazioni” per incoraggiare “una  colonizzazione marinara e specie industriale del Borgo San Marco da realizzarsi con una emigrazione nordica” e di “gente già evoluta ed esperta” (L’autore non aveva nessuna conoscenza dei marinai cetraresi, i quali lavoravano o avevano lavorato sui pescherecci oceanici di Montevideo. Alcuni di essi erano rientrati in Italia dopo la notizia dell’edificazione del Borgo).

(…) La proposta irreale del giornale, vista come provocazione, suscitò molte proteste, critiche e discussioni.

Cetraro Nova, sotto la dilettantistica, giornalistica, lotta intesa a trasformare il paese in “un centro irraggiante di fervida attività operosa”, nascondeva il desiderio di ostacolare tardivamente il cammino del Borgo e del sindaco Ferdinando De Caro? Il Sindaco  credette di aver capito tutto. Egli, con molto garbo e spirito realistico, faceva osservare all’egregio Direttore del giornale citato che, se era vero che “le nuove costruzioni” non corrispondevano ad “un comodo tipo d’abitazione”, non era giusto far nascere nei poveri e nei marinai la “paura di soffocazione” perché le case che offriva Venezia  (Comitato Veneto Trentino) non erano “poi tanto celle carcerarie da farle non preferire alle umide e buie abitazioni della nostra Marineria”, dove gli abitanti marinari dormivano “tutti…nella istessa camera per non dire nell’istesso letto”. Precisava, inoltre, che, secondo il parere di un medico, “parecchie case della Marineria” andavano “dichiarate inabitabili (Cfr. Cetraro Nova, n. 5, 30 giugno 1910).

(…) L’Aurora, così  come aveva fatto il Sindaco, avvertì il bisogno di confutare, con un lungo articolo, le richieste di Attilio De Caro, il quale, come precisava il suo giornale, veniva accusato di “aver voluto” “strappare ai nostri buoni marinai le loro case, concesse piamente con nobile dono, per darle a dei nordici predoni industriali”.

La gente si chiedeva quali fini inseguiva Cetraro Nova (…). Il giornale (…) garantiva di non aver agito per “sostenere” interessi di parte.

(…) Già l’anno prima, mentre i “lavori della borgata” procedevano alacremente a mezzo della società cooperativa locale e d’una squadra di solerti operai veneti”, Il Corriere d’Italia aveva chiesto che venissero apportate “serie modifiche” al Regolamento del Borgo. L’articolista, un cetrarese, aveva giudicato “poco pratico lo statuto regolatore del Borgo” perché, essendo stato lo “statuto compilato troppo lungi da noi”, non aveva saputo “interpretare i bisogni” della gente e in particolare dava l’impressione che volesse “negare al vero povero financo l’uso d’abitazione in quelle palazzine (Corriere d’Italia, 19 marzo 1909). L’articolo 4 vietava la sub locazione.

Anche Cetraro Nova riteneva non idoneo lo Statuto, mettendo in evidenza la difficoltà che avrebbero trovato i poveri nel pagamento della tassa prevista per la locazione.

(…) Su scala locale, L’Aurora proponeva per la nostra classe marinara (pescatori) un’attrezzata “scuola di pesca” e la costruzione di un porto. La scuola avrebbe dovuto dare “alle valide braccia dei nostri marinai quell’ammaestramento capace di procurare loro quel pane che andavano a cercare sotto altro cielo, ossia in Uruguay.

(…) Il giornale, sicuramente, rappresentò per Attilio De Caro, finanziatore e principale collaboratore, una esperienza utile.

(…) il comportamento … del De Caro dell’esordio della sua attività politico – giornalistica, forse, era in parte condizionato dal fratello maggiore, Ludovico, il quale, il 28 gennaio 1907, in Consiglio Comunale, sulla questione del Borgo, aveva assunto un comportamento di ostilità, proponendo la denuncia alle autorità di quei cittadini che in modo non urbano avevano disapprovato l’indecisione dei Consiglieri.

Forse, l’avvocato Ludovico De Caro profeticamente (oggi aggiungo con lungimiranza) aveva intuito che per il Comune l’onere della costruzione del Borgo sarebbe stato troppo gravoso se non disastroso. Questo spiegherebbe meglio la condotta di Cetraro Nova.

(…) Intanto la storia del nuovo villaggio si era conclusa. Esso non assunse il nome di Bogo Veneto, Trentino, ma quello di Borgo San Marco, in ricordo di Venezia e della sua basilica.

Dopo il 1911, forse durante l’estate del 1912, alcuni pescatori accettarono quelle case, ma il giorno dopo restituirono le chiavi. Essi, come affermò Giovanni Giordanelli (Seduta consiliare del 30 -11 -1914), consigliere comunale e vice presidente della Commissione esecutiva del Comitato, si rifiutarono di “abitare quelle casette” perché, ad imposte chiuse, si avvertiva un “enorme caldo”.

Nonostante i solleciti non si fecero modifiche, “nulla si fece per regolarizzare il malfatto”:  finestre poco ampie e tetto in cemento, senza coperture di tegole. Soltanto in un secondo momento, i sopralluoghi del Medico Provinciale e di un Ispettore del Ministero dell’Interno accertarono l’inabilità di dette palazzine. Il Comitato fu costretto a far eseguire diverse modifiche alle casette.

Il Comitato Generale dell’Ente Morale Veneto Trentino Pro Calabria, in data 6 novembre 1915, deliberava lo scioglimento dell’Ente e l’assegnazione del patrimonio del Borgo al Comune di Cetraro affinché l’amministrazione, nell’interesse dei cittadini, provvedesse ad attuare gli scopi indicati nello Statuto.

Il nostro Comune accettava definitivamente l’assegnazione di dette palazzine il 23 gennaio 1919, dopo il superamento di alcune controversie con il Ministero degli Interni.

Allo storico non spetta giudicare, ma raccontare i fatti e da questi si evince che le diciotto palazzine, costruite per essere “concesse in locazione ai naturali meno abbienti” e “preferibilmente ai marinai-pescatori”, finirono, con regolari atti di vendita (a partire dal 1926), nelle mani della piccola e media borghesia e dei professionisti. Non mancò la voce dell’opposizione contro il sistema di vendita: dottor Leopoldo Giordanelli, Agostino Picarelli, Francesco e Achille Occhiuzzi”. (Dall’opera: “Cetraro fine Ottocento e inizio Novecento, 1999”.

Il sopra riportato saggio, nel lavoro “Lettura critica di Cetraro Nova” (2004) dell’amico giornalista Lido Picarelli, viene citato numerose volte. Lido riporta nel suo libro le fotografie del Borgo mentre era in costruzione e precisa che esse fanno parte dell’Archivio Giannino Aita. Le stesse fotografie sul Borgo, senza il nome del compianto amico Giannino, erano state riportate  in “Pagine di Storia locale”, a cura di A. Cosentino, 1986

Continua…

(Qui trovate la I parte de La nascita del borgo S. Marco)

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