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La ‘Decollazione del Battista’ di Giovan Battista Colimodio ad Orsomarso

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Di Giovan Battista Colimodio, pittore di Orsomarso operante nella metà circa del ‘600, si sa ancora molto poco. Alfonso Frangipane, riferendo di lui scarne notizie nel 1932, lo dipinse come un sacerdote che coltivava con passione e buon mestiere l’arte della pittura e dell’affresco. Tanto da ipotizzarne anche un soggiorno a Napoli, dove il Colimodio sarebbe entrato in contatto, in particolare, con Artemisia Gentileschi (1593–1653). Ed una lettera della Gentileschi, del 24 luglio 1649, in cui la già affermata artista chiede notizie di “Titta Colimodio” per un affare d’arte di premura, confermerebbe un legame dell’artista di Orsomarso, piccolo centro di provincia, con la punta più avanzata della pittura napoletana di quei tempi. Fatto sta che questa traccia storica importante – di refluenza di un modello alto nell’ambiente angusto di provincia, senza per questo scapitare in un meschino idioma municipale – trova un esito alquanto originale nella serie di dipinti che il Colimodio lasciò nella chiesa parrocchiale di Orsomarso, suo paese; che, affiancati ad altre opere eseguite per la chiesa di s. Salvatore di Orsomarso, ed uniti a due dipinti della collegiata dei ss. Pietro a Paolo di Morano Calabro, formano – ad ora – il catalogo completo di questo sconosciuto e talentoso maestro del ‘600 calabrese. Di cui rimarrebbe solo un ritratto, ai piedi di una pala che suo nipote, Domenico Antonio Colimodio, anche lui pittore, eseguì per la parrocchiale di Orsomarso.

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E di là dei rimandi d’archivio, un collegamento certo tra l’arte personale di Giovan Battista Colimodio e l’arte che si praticava a Napoli, ad un livello eccelso, nel secondo quarto del ‘600, lo si rinviene proprio nell’analogia di stile e di figurazione intercorrente tra la Decollazione del Battista di Orsomarso e l’analogo dipinto di Massimo Stanzione (1585–1656), collocato nel Museo del Prado di Madrid. Risalente al 1634 ed a cui quasi certamente prese parte anche Artemisia Gentileschi: collaboratrice, allora, del famoso “cavaliere Massimo”. La fedele adesione ai modi stanzioneschi emerge, d’altronde, assimilando non solo le figure del carnefice e del martire e quella del fante loricato allo schema del Museo del Prado, ma rilevando altresì il gruppo delle donne da un altro schema di Stanzione, eseguito questa volta per la Certosa di s. Martino in Napoli, circa l’anno 1644.

Napoli

Particolare

Carlo Andreoli

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