Quando muore un giovane in una comunità, non si può mai far finta di nulla. Quando il giovane è stata poi una persona speciale come Maurizio Scorza, allora scriverne e ricordarlo è come minimo un dovere.
Maurizio è stato un mio amico da metà degli anni ’90 fino a ieri. Lui nato a dicembre 1984, io un anno prima, lo stesso mese. Ci siamo conosciuti sul terreno di gioco del vecchio stadio “Comunale” di Cetraro ed abbiamo condiviso lo stesso spogliatoio, vicini di posto, per più di 15 anni. Maurizio, al di là di quelle che sono state le sue qualità umane e calcistiche, ha sempre dovuto lottare nella vita più degli altri. Ma il suo essere speciale non lo ha mai condizionato. Come uomo e come calciatore. Non poteva parlare e non poteva ascoltare. Ma gli bastavano gli occhi e le mani per dire e capire tutto.
Oggi sono anche io figlio di Enzo e di Concettina. E sono anche io fratello di Saverio, Francesco ed Ida. Il dolore invade e pervade ogni angolo del mio corpo e della mia mente. Ci sono cose che nessuno può capire. Si devono accettare e basta. Ma questa, tra le tante, fa male. Fa davvero male. La mia consolazione è solo quella di saperlo finalmente sereno, sorridente, libero, senza più vincoli. Ora ci potrà finalmente ascoltare quando parleremo di lui. Una volta, due volte, cento volte. Tra un giorno, tra un anno, tra dieci anni. Perché è certo che noi Maurizio Scorza, Zozzino, non lo dimenticheremo mai.
