Le funzioni del venerdì santo cominciavano con quella che il popolo chiamava “ ‘ a missasrazzata”. “Srazzata” perché era, ed è, una celebrazione priva del momento della consacrazione. Questo silenzio eucaristico era segno di lutto per la morte di Gesù Cristo e simboleggiava il mondo sconvolto da questo triste evento.Era detta anche “ ‘a missa ‘i l’ùommini”, certamente per la forte ed insolita presenza maschile. Le strade erano già dal primo pomeriggio un fiume di gente, soprattutto di giovani e fanciulli che agitando strumenti fatti dagli artigiani del luogo,segni della pietà popolare, facevano forti rumori.
In braccio a mia nonna,io stavo attaccata al suo collo, spaventata da quel frastuono che ci accompagnava lungo la breve via che dovevamo percorrere per arrivare alla Chiesa di San Benedetto. All’altro braccio nonna teneva “na seggicella ‘mpagliata”, di quelle che costruivano “i seggiari”. In chiesa non si sarebbe trovato posto, né per sedersi nei banchi né per sistemare la sedia. Pertanto bisognava andare in considerevole anticipo.Era ancora giorno quando iniziavano le funzioni. Siattendeva il momento della predica, il sermone delle tre ore, immersi nei rumori di “rangasci e tocchitocchi” e lo strepito delle voci della folla.
La predica era affidata “allu predicaturi”, di solito era un padre passionista, che affabulava ed emozionava con la sua voce ferma, che sembrava propagarsi nel tempo e nello spazio .
Egli saliva sul pulpito ed iniziava la predica di “ U Passiu”. Descriveva con enfasi dolorosa le scene e le sofferenze di Gesùalternando il latino al dialetto. Ripercorreva la passione di Cristo con maestria, usando mirabili frasi che andava appendendo come quadri lungo il camino che ci avrebbe portato al Calvario. Giunti al punto in cui diceva: “chinato il capo spirò” ,iniziava “ ‘u terramotu”, simulato dal frastuono tremendo generato dal crepito dei piedi e soprattutto dalle” grancasce “,dai “tocchi tocchi “ e dai “ranagutti” manovrati dai fanciulli.
In quei pochi minuti di baraonda pareva che la chiesa ci rovinasse addosso. Era davvero impressionante il rumore, tanto da incutere timore in chi non era preparato. Poi iniziava il rito antico de “ ‘a Chiamata d‘a Madonna”. Il padre predicatore chiamava,invocava solennemente, Maria per sette volte.
A voce sempre crescente chiamava :”Maria!”
Mentre la attendeva con in mano il crocifisso,supplicava: “ Maria! A gran voce :“ Maria!” Egli gridava, chiamava, implorava: ” Maria ! “
“Maria, madre del pianto! Maria ! “
Ed ecco si spalancava il portone centrale.
Al culmine del pathos, il padre predicatore, invitava con voce risoluta che quasi sembrava un comando:” Vieni Maria! Prendi tuo figlio!” La sua voce rimbalzava nelle navate e persino sui vetri ,tra le colonne e i pilastri, e quasi ti scuoteva dentro.
Maria si cominciava a scorgere. Eccola ! Olla ‘a Ddulurata ! Vestita di nero e col manto sul capo, come le tante donne calabresi. Ella avanzava tra la folla, prima procedendo a fatica, a passo lento e poi, quando d’improvviso pareva che intravedesse “ ‘u figliu sandu di lu cori suvu”, sempre più veloce, sfilando tra la gente lungo la navata centrale e fino ai piedi del pulpito. I suoi occhi piangenti e rivolti al cielo erano gli occhi delle tante madri che soffrivano in silenzio e mentre le consegnava fra le braccia Gesù crocifisso, il predicatore ricordava la profezia di Simeone a voce piena: “ed anche a te una spada trafiggerà il cuore”.
Era questa una scena struggente ,altamente coinvolgente, a cui , da bambina ,ho assistito molte volte. Le donne piangevano cantando lamentose, proprio come si piange la morte di un proprio caro. Intanto, dall’organo giungevano le note dello “ Stabat mater” eseguito con strazio da indimenticabili e sorprendenti voci maschili. Voci di uomini che ci consegnavano emozioni indelebili.
La consuetudine del lamento, che anche nei comuni funerali era ,un tempo, ancora viva,
( addirittura, nonna ricordava, che vi erano delle donne preposte al pianto ed al lamento funebre di cui ancora oggi si coglie l’eco nel soprannome di qualche famiglia ) ci giunge come eredità dall’antica Grecia, lì infatti si accompagnava così il rito funebre, come testimonia anche Eschilo ne” Le Coefore”.
I rumori ed i suoni confusi degli strumenti di legno, il fatto che si bloccavano le campane fino alla domenica di resurrezione, tutto ciò nasce nelle classi subalterne, in specie nel mondo contadino, così come la narrazione per immagini, per parole e per suoni del pathos della Passione di Gesù, figlio di falegname, figlio di tutti, ma soprattutto dei poveri. La narrazione assumeva accenti più drammatici quando si riferiva alla Madre di tutte le madri, alla “ Ddulurata” che era e restava simbolo della fatica e della sofferenza delle nostre donne con il loro carico eterno di responsabilità e dolore. I canti , le nenie strazianti, dai toni ora striduli ora gutturali, ma che giungevano dolci, erano soprattutto per Maria . Col suo volto e col suo pianto diventava icona del mistero grandioso della Passione di Cristo, ma anche della passione della gente comune, vittima di soprusi ed ingiustizie di ogni genere.
Di tutto ciò si conserva a stento qualche brandello di testimonianza.
Ed i giovani diventano sempre più poveri.
