Chi non ricorda i pomeriggi del mese di maggio trascorsi tra i vicoli ? Quando i giorni non scivolavano ma erano sostanza, quando il tempo si abitava perché era segnato, condiviso ed andava oltre il singolo individuo.Quando si respirava un clima di semplicità, di fede vera e, negli occhi degli uomini stanchi dalla fatica, si intravedeva la forza per continuare a vivere nonostante le amarezze della vita, spesso marcata da grave indigenza. I bambini venivano educati al credo religioso, ad onorare la Madonna e, con i “fioretti”( piccoli atti di virtù da me odiati), al sacrificio della rinuncia di un qualcosa.
I vicoli erano fatti di terra e pietre di fiume elì noi ragazzi facevamo mille giochi e tutto era sempre un gioioso frastuono di voci, ma durante il mese di maggio si diffondeva invece il mormorio delle preghiere e le vibrazioni dei canti che venivano dalle case o dalle vie in cui erano allestiti gli altarini. I registi erano gli anziani. L’altarino era preparato con cura :un tavolino coperto da un panno bianco ricamato, l’immagine della Madonna, le candele accese ei fiori, che noi fanciulli raccoglievamo dai campi e le rose ei gigli profumati .
Si teneva per tutto il mese una lunga sequela di rosari. Le donne anziane nel condurre le preghiere, le antifone e canti sembravano delle sacerdotesse.
Snocciolavano un latino veloce e pieno di ” oremmuss”,”orapronobbìs”, “misererenobbìs”. E noi bambini, costretti a partecipare,da esse imparavamo le preghiere, da quelle donne che osservavamo ed ascoltavamomentre guidavano il rosario, da quelle donne che conoscevano a memoria tutta la liturgia mariana e nonostante non sapessero né leggere né scrivere erano delle enciclopedie viventi.
E le loro voci sicure e forti riempivano lo spazioe si fondevano con il brusio sommesso della vita quotidiana mentre pregavano così:
Bella Madonna mia di lu risariu
divotamente a tia vìegnu a pregà
mpedi li pìedi tui addinocchiuni
cumi na piccatura addimmannà
Ogni grazia chi ti circu mi cungìedi
si’ la matri di Diu e lu pù fa…
E se , noi bambini, ci distraevamo pensando al momento in cui saremmo stati liberati, o scambiavamo una parola tra di noi, subito venivamo ripresi: “cittiti quatrarì !diciti i jaculatorii!” e ci facevano formulare segreti fioretti.
Ma ormai eravamo verso la fine della recita non doveva mancare molto e quindi ci ricomponevamo e ripetevamo con loro:
Stu risariu c’hamu dittu
Mparavisu ngi sia scrittu
e si mancamìentu ngi fusse statu
tu Madonna perdunami.
‘a Madonna rispunnette e disse :
“ Mancamìentu non ci n’ ha
e si puru ngi n’avisse
ti lu vùogliu perdunà!
stu risariu chi a mia diciti
no’ vi vole mai scurdà
e lu tìempu ca ngi perditi
vi lu fazzu guadagnà”.
Risento le loro voci lente, forti, consumate e queste meravigliose parole imparate da generazioni, di cui la loro memoria ci faceva prezioso dono, consegnandocele per custodirle.
Poi prendevano dei grani d’ incenso e li bruciavano poco prima del canto finale in lode a Maria e così concludevano
Mmannu la bonanotti alla Madonna
la gluriusa Virgini Maria
chi mi guarde la notti quannu duormu
e lu jùornu quannu vaiu ppè la via.
