Scoprii per la prima volta il Primo Maggio, da ragazzina, quando, in quel giorno, vidi gli operai, i comunisti, i socialisti e i politici di altri partiti, scendere nelle strade e nelle piazze e levare le loro bandiere. Erano in tanti con al collo un fazzoletto rosso e tutti mi sembravano forti, felici e alteri. Persino Antonio, all’epoca adolescente tenendo una postura in cui le spalle erano arretrate e la schiena leggermente curva, prendeva una bandiera e l’agitava nell’aria. Antonio era quel ragazzo che sapeva maneggiare il pallone da calcio palleggiando senza stancarsi mai e vinceva le sfide con gli altri fanciulli, e sapeva fischiare e fare pernacchie d’autore, ma in quell’occasione assumeva un atteggiamento compunto e grave. Mi sembra ancora di vederli arrivare in piazza, tutti con lo sguardo fiero e serio. A fotografare quei momenti si sarebbe immortalata la rabbia, la determinazione, la lotta e la speranza ma anche la felicità.
Per loro, per quei compagni, per quegli amici, quegli operai e lavoratori che affollavano la piazza, il ricordo del I° Maggio di lotta che avevano vissuto, aveva dato un senso agli altri I° maggio che seguirono. Era, ora, anche un momento di festa popolare, ma con radici in tradizioni e valori, legati al mondo del lavoro e soprattutto alla lotta per i diritti. Allora non esistevano conflitti generazionali. I più anziani portavano sul volto le battaglie, i successi e gli insuccessi. E i più giovani erano lì anche loro perché erano stati conquistati dalle lotte degli operai della fabbrica, dalle lotte della scuola e dall’impegno antifascista e si sentivano parte di una storia collettiva e di una tradizione che li annodava ai loro genitori ed ai loro nonni.
Quei I° maggio, erano diversi da quelli di ora, parlavano proprio un’altra lingua. E per un giorno, uomini, donne e ragazzi organizzavano spazio e tempo secondo un punto di vista che non era quello del padrone. Si respirava nelle strade e in piazza un’atmosfera di impegno civico, unita a momenti di divertimento e socializzazione. Arrivavano in paese dalle campagne, uomini come Giuvanni i Cirmella, con gli occhi vivi alla ricerca di altri occhi, i capelli screziati di bianco ed il volto appena incavato; giungevano in Piazza del Popolo dai paesi vicini, uomini come il sindacalista Giuseppe Pierino, che più tardi diventerà deputato della Repubblica; arrivavano dai quartieri nuovi del paese e dai vicoli, uomini come Antonio Spaccarotella, Ndoniu i Vampa, con il suo incedere claudicante ed il fazzoletto rosso al collo e la bandiera in una mano in attesa di poterla sventolare; Giuseppe Pepe, che gli amici chiamavano Peperone, con lo sguardo austero; Italino e Luciano Gallo, fazzoletto rosso stretto al collo e camminata composta al fianco delle bandiere; e poi Peppino Abate e Celestino Palermo, compagni marxisti-leninisti, fedeli ai loro ideali fino alla morte.
Il I° maggio si esprimeva attraverso cortei pacifici, che si dipanavano lungo le vie principali, sventolando tricolori e bandiere rosse, cantando inni partigiani e slogan di solidarietà.“ Noi vogliamo l’uguaglianza, noi siam lavoratori e vogliam la libertà…O vivremo del lavoro / o pugnando si morrà”. E Dopo aver fatto il giro da Via ‘i Roti, le celebrazioni si concludevano in Piazza del Popolo. Intanto qualcuno arrivava per tempo, prima cioè, che tutto il corteo si catapultasse lì, ed assicurava due bandiere rosse agli angoli del palco che veniva allestito nello spazio antistante la farmacia del Gallo, precisamente sotto “u barcuni i Lorenzina”. Da quel pulpito sindacati e rappresentanti politici facevano discorsi sulle conquiste e le sfide del mondo del lavoro e tra le bandiere rosse e i tricolori i lavoratori avevano un’occasione per rivendicare i loro diritti ed esprimere la speranza di un futuro migliore, ma soprattutto sentivano di celebrare la potenza del lavoro. “Perché il lavoro eleva gli uomini e li rende migliori” dicevano. “Perché il lavoro è pace.” Allora buon primo maggio a tutti di pace e di lavoro.
