I racconti di Marina: A zita!… Jamu a zamba’ i cumbietti!

La sposa, fino ai primi anni  70 del 900,non arrivava  in chiesa a bordo di auto lussuose, ma a piedi con un lungo corteo, attraversando i vicoli e le strade.

Il fotografo era di solito  l’ amico d’infanzia, quello che aveva la macchina fotografica  ela foto all’uscita della chiesa non riprendeva solo gli sposi in  uno scatto emozionante, ma li immortalava circondati da tutti i parenti e gli invitati. Ciò, anche, a simboleggiare l’unione che c’era una volta tra la gente. 

Le confettate con prelibati bonbon ,non erano ancora di moda; quelli erano i tempi in cui i confetti”si jettavanu“al passaggio degli sposi e i ragazzi erano pronti a “ li zamba’ ”.

Quelli erano tempi in cui  i dolci erano cose rare  ed i confetti una leccornia che non  si poteva gustare tutti i giorni.

Entriamo nell’atmosfera dell’epoca e scendiamo nelle strade e nei vicoli insieme ai ragazzi. Eccoli, prima si affollano davanti alla casa della sposa ed essi stessi danno voce: “ Guagliu’ ngjì la zita! a zita!” Curiosi ed esultanti aspettano di vedere  la sposa, ma soprattutto attendono la pioggia di confetti e,sperano, di  qualche 5 o 10 lire.

Se ne stanno tutti lì, in agguato, pronti all’assalto. Pronti a zambà  i cumbietti,a prenderli al volo poco prima che tocchino terra. E c’è a volte tra di loro anche qualche adulto. Poi ad un tratto, si sente un fruscio di tessuti pregiati, un tramestio di passi, e subito i fanciulli con le loro  voci assordano il vicinato :“ A zita! a zita! a zita!”

A zita  scende le scale al braccio del compare d’anello.  Zie e cugine continuano a sistemarle l’abito e il velo. Le comari, “ccu i guantieri chjìni i cumbietti “ in cui occhieggia qualche monetina, si sperticano dalle finestre per vedere quando arriva il corteo. Appena si trova a tiro si sbarazzano del contenuto del vassoio, gridando “ Agùriji! Agùriji! E bona furtura!” I monelli cominciano a saltellare e a gridare, si urtano, si spintonano, si accapigliano  per la conquista di un confetto o di una monetina. “ No, no, lassa Lassa! È da mia! l’è vista prima ji! “ ma un  ragazzone giunge da dietro, li travolge, si fa largo tra i due litiganti e si accaparra la moneta.  Poi  ancora una voce: ” Guagliù,  ccà !ccà! Jèttanu l’atri!” e tutti a correre più avanti dove pronta sul ballatoio, sta la donna  con in mano un vassoietto , che attende il passaggio del corteo  e appena ode i passi avvicinarsi, jette li cumbìetti .“Zita! Agùriji alli ziti!”  urla, allargando un sorriso nel volto bruno e paffuto e poi, con espressione soddisfatta  batte con la mano contro a guanterella come per liberarla completamente.

Allora i fanciulli si sbrigliano tra i piedi delle persone in corteo, qualcuno calpesta persino lo strascico della sposa e rimedia pure uno scappellotto prima di recuperare la preziosa  monetina da venti lire. 

E tra sveltezza, spintoni  e cadute  raccolgono i confetti e quando riescono a trovare qualche lira la  mettono in tasca velocemente per timore che il solito bullo la pretenda. Così i confetti vanno dritti in bocca e le monete “ diritti ndr’ a sacchetta”. E c’è chi si addolcisce e chi si amareggia, perché alcuni  riportano anche qualche bernoccolo guadagnato nella ressa.

Insomma, la via che percorre il corteo nuziale per giungere in chiesa, è un tripudio di voci, di grida, di auguri, di passi lenti e affrettati, di risa, di suoni e del leggero tintinnio di confetti e monetine che toccano il suolo. Tutti si affacciano agli  usci e alle finestre, per curiosità certo, ma anche per cortesia e  se ne stanno lì, in attesa, con in mano  il piatto  di confetti e di“cannillini”,( un filo di cannella ricoperto di zucchero) misti a riso e qualche soldino, e non appena i monelli avvisano con i loro schiamazzi che, “arrive la zita! Arrive la zita!“lo sversano sulla strada e su gli stessi ragazzi, che non si curano affatto di prenderne qualcuno in testa, anzi certi sghignazzano facendo i buffoni. Oltre ai ragazzi ed ai loro schiamazzi, c’è la gente ai lati della strada che  applaude e commenta. E la sposa se non è proprio bella, sa che deve rassegnarsi alle battute  cattive delle altre ragazze. Ma  la sposa è sempre bella nel suo abito  bianco e raffinato. Epperò se ci sono  state delle dicerie  sul suo conto queste generano l’ironia delle comari: “Uhmmm, jancu s’ha misu l’abitu!

Intanto i ragazzini sono chini sui confetti e qualcuno più ingordo, è rapido, veloce e batte tutti sul tempo. “Eja’ Tutti tu t’ha scùotiedammili dui !” La sposa sta giungendo in chiesa, sale i gradini lentamente.  “ Pare ca frappel’ova! “ commenta qualcuno . Ma la sposa è solo impacciata ed emozionata  e tiene lo sguardo a terra per pudore e modestia. Insomma, un pittore, a dipingere tutto questo insieme allegro, bizzarro, fantastico e pure elegante, si sarebbe tormentato. Ma era bella la vista  del lungo corteo di uomini e donne, soprattutto di donne tutte “parate”,  in fasce di fisionomie diverse, di colori vivaci, di ornamenti d’oro. Era bella la vista di tutte le persone  ccu li guantieri ‘nmanu , pronte al lancio dei confetti che scatenava la bagarre  dei ragazzi; era bello vedere i monelli tuffarsi in quella pioggia dolce e tintinnante per potersi  accaparrare il più possibile chicche di zucchero e soldini.

Oggi  di tutto questo rimane solo il ricordo  di pochi, perché per fatale legge tutto muta  e poi scompare.