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L’Arte e oltre, di Carlo Andreoli

Giacinto Diano a Scilla

A Scilla, Giacinto Diano (Pozzuoli 1731 – Napoli 1803) ha lasciato tre lavori; che sono pertinenza della chiesa locale dell’Immacolata e versano in deposito, allo stato, presso la soprintendenza di Cosenza. Si tratta propriamente di una “Visione di s. Andrea apostolo” (bozzetto e dipinto) e di un “Compianto sul Cristo morto” (dipinto).

Scilla – Chiesa dell’Immacolata Visione di s. Andrea apostolo – Bozzetto (Giacinto Diano, c. 1760)

Il bozzetto della “Visione di s. Andrea apostolo” è un olio su tela di cm 148×95, il quale reca, in basso a destra, l’iscrizione “G. D.”. Esso mostra s. Andrea genuflesso e panneggiato in vita da un ampio manto blu avvolgente il perizoma che, avendo a tergo una croce decussata e dinanzi una coppia di puttini, volge lo sguardo in alto verso un nimbo d’oro, ove si librano un Cristo con la croce ed un Eterno Padre, contornati anch’essi da puttini e cherubini che si fondono coll’etere glorioso.

Scilla – Chiesa dell’Immacolata Visione di s. Andrea apostolo – Bozzetto (Giacinto Diano, c. 1760) – Part.

Notabile, nel fondo laterale, è uno squarcio panoramico che illustra con verosimiglianza il promontorio di Marina Grande di Scilla – traguardato dalla costa messinese – ed una barca con pescatori a bordo. Citazione di natura che associata alla gloria del pescatore biblico per antonomasia avvalora l’occasione del dipinto come celebrazione della classe marinara scillese. Tant’è che s’è opinato che destinazione prima dell’opera fosse l’altare di s. Andrea apostolo sito nella chiesa di Portosalvo, la quale era amministrata dalla congrega dei marinai e pescatori del luogo.

Scilla – Chiesa dell’Immacolata Visione di s. Andrea apostolo (Giacinto Diano, c. 1760)

La resa finale del dipinto, risalente circa al 1760,  è un olio su tela di cm 205×140, contrassegnata dalla sigla frammentaria “Dian”. Essa, pur conservando la chiave iconografica della visione mistica del santo, ne sovverte l’originario motivo occasionale: eliminando il brano di paesaggio ed introducendo, in suo luogo, un s. Bruno di Colonia che invita devotamente a contemplare la scena sacra. E’ stato osservato come “la figura del Certosino sia stata aggiunta, sicuramente, per volontà del committente, da identificare, con molte probabilità, con un membro della famiglia Ruffo” (AA. VV., “Immagini di un santo: Bruno di Colonia”, Soveria Mannelli, 2001, pag. 81).

Lecce – Coll. Ruffo di Calabria – Ritratto di Fulco Antonio Ruffo (attr. Orazio Solimena, c.1750)

E vista la data del dipinto (c. 1760), dovrebbe dunque trattarsi di Fulco Antonio Ruffo: il quale fu 6° principe di Scilla dal 1748 fino alla sua morte; avvenuta nel 1783, nelle acque dello Stretto di Messina; allorché egli cercava di salvarsi, a bordo d’un naviglio, dagli effetti del pauroso cataclisma. L’ingerenza del principe nella vita economica e sociale di Scilla lo aveva reso inviso alla popolazione; tanto che una fronda antifeudale, capeggiata dal filosofo naturalista Antonio Minasi, promosse contro i suoi soprusi una lite giudiziaria. (Fulvio Mazza, “Scilla: storia, cultura, economia”, Soveria Mannelli, 2002, pagg. 82-84). Quanto al malvezzo della committenza d’ingerire nelle scelte d’arte, basti dire che il Diano ne fu sovente vittima. Talché il Dalbono notava come “Giacinto Diana ebbe tal pennello, da poter ascendere a più alto grado di gloria, se i tempi lo avessero favorito e non fosse stato d’uopo allettare ancora le piccole menti.” (Carlo Tito Dalbono, “Storia della pittura in Napoli ed in Sicilia”, Napoli, 1859).

Scilla – Chiesa dell’Immacolata Compianto sul Cristo morto (Giacinto Diano, 1761)

Il “Compianto sul Cristo morto” – olio su tela di cm 205×150, firmato e datato al 1761 – è, infine, un lavoro che documenta bene l’evoluzione dello stile del maestro di Pozzuoli. Che affrancandosi dai modi del De Mura, di cui fu discepolo, conquista quella perfezione del disegno e grazia dei colori che ne fecero artefice autorevole del secondo Settecento napoletano. Come osservò il Dalbono “la sua coscienza nel contornare il nudo, visto dall’antico e dal vero, lo rese meritevole di segnare i primi passi nella riforma del disegno”; sì che “fra quelli del suo tempo fu il più purgato disegnatore, il colorista più splendido e chiaro”.

Carlo Andreoli

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