Press "Enter" to skip to content

Francesco Cozza e Mattia Preti a Valmontone

Nel 1651, il principe Camillo Pamphili (Napoli 1622 – Roma 1666) compra il feudo di Valmontone con lo scopo d’erigervi una sontuosa dimora che dia un’impronta all’intero abitato all’insegna di un’ideale città pamphilia. Demolita buona parte dell’antico castello, affida quindi al padre gesuita Benedetto Molli il progetto del nuovo palazzo Doria Pamphili, appaltando i lavori di fabbrica a Francesco Buratti. La fase essenziale dell’erezione procede dal 1653 al 1658; mentre lavori ulteriori di completamento – affidati alla cura di Antonio Del Grande – hanno luogo dal 1666 fino al 1670: anno in cui il complesso edilizio può dirsi ultimato del tutto.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili e collegiata di s. Maria dell’Assunta

Nel piano nobile del vasto edificio il principe volle una serie d’affreschi che celebrasse, in forma allegorica, i quattro Elementi della Natura (Terra, Acqua, Aria e Fuoco) e le quattro Parti del Mondo allora conosciute (Europa, Asia, Africa ed America). La direzione del ciclo d’affreschi, compiuti tra gli anni 1657-61, venne affidata, all’inizio, a Pier Francesco Mola; che presto però fu sollevato dall’incarico per una lite intervenuta col Pamphili. Al lavoro prese parte, peraltro, una squadra d’artisti di prim’ordine che contava propriamente: Gaspard Dughet, Guillaume Courtois, Giambattista Tassi, e la coppia di maestri calabresi Francesco Cozza e Mattia Preti.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Piano nobile – Distribuzione delle sale

L’impegno di lavoro di Francesco Cozza (Stilo 1605 – Roma 1682) è segnalato dai pagamenti registrati a suo favore dal luglio 1658 fino al marzo 1659; taluni interventi di ritocco sono, ancora, segnalati al 1661. Cozza ebbe il compito d’affrescare la volta della Sala del Fuoco ed il Camerino dell’Asia.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala del Fuoco (Francesco Cozza, 1658-59) – Part.

Nella volta della Sala del Fuoco è illustrata la Fucina di Vulcano. Figure possenti di uomini ignudi giganteggiano sugli spalti della volta, intenti ad un lavoro febbrile; un tumido fumo s’addensa nell’aria mentre la fornace arrossa di vampa le carni sudate. La cifra stilistica assunta dal Cozza dispiega chiaramente un dato di realismo naturalistico, ritenendo vieto il dato storico accademico quale elemento di interpretazione del mito. Operando in tal senso “supera di getto la tradizione decorativa sviluppatasi nella prima metà del Seicento, ponendo le premesse per la decorazione tardo-barocca.” (Ludovica Trezzani, 1984)

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala del Fuoco (Francesco Cozza, 1658-59) – Part.

Altrove, un gruppo di ciclopi s’accanisce a battere il maglio sull’incudine. “Giove non poteva trovare ministri più gagliardi e fieramente dediti al loro travaglio per la fabbricazione dei fulmini, vendicatori delle colpe degli uomini. Certo, questa è la più cupa terrificante ed aspra tra le altre fucine immaginate dai pittori: quella in cui il sentimento umano partecipa di un elemento ultraterreno, pauroso e sinistro, che ci trasporta nell’oscura, profonda nebulosità dell’Inferno dantesco.” (Luigi Cunsolo, Brutium, 1966, n. 4, pag. 6)

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala del Fuoco (Francesco Cozza, 1658-59) – Part.

Vulcano sovrintende, forsennato, che la lava della sua fucina sgorghi fusa e ribollente per la forgia dei metalli. Egli appare panneggiato da barbagli di colore che hanno cruda rilucenza. Secondando il cromatismo originale dell’affresco, che adotta tinte tenui di pastello esasperate da un lirismo irrefrenato.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala del Fuoco (Francesco Cozza, 1658-59) – Part.

Arditi scorci d’alberi e di rocce preludono, infine, alla visione del cielo della volta; che s’apre fresco di nubi cinerine tra cui volteggiano colombe e appare assisa Venere: la dea che infonde il suo crisma di Bellezza al frutto del lavoro umano generato con l’ausilio del Fuoco.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala dell’Aria (Mattia Preti, 1661) – Il Mattino tra l’Amore e la Fortuna

Nell’ambiente adiacente alla Sala del Fuoco è la Sala dell’Aria, la cui volta fu affrescata da Mattia Preti (Taverna 1613 – Malta 1699) nella primavera del 1661. Si narra che il Cavalier calabrese abbia atteso alla sua opera in solo 16 giornate di lavoro; ma la sua speditezza fu di certo agevolata da un attento studio di preparazione, che previde un programma iconografico chiaro ed ordinato. Nei quattro canti del soffitto s’alternano, di fatto, le quattro parti del giorno. Col Mattino, impersonato da Aurora che sparge fiori dal suo carro, inquadrato dalle due allegorie dell’Amore e della Fortuna.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala dell’Aria (Mattia Preti, 1661) – Il Giorno

Il Giorno, raffigurato dal carro d’Apollo. Trainato da bianchi destrieri, esso è preceduto da due putti alati, che si librano al sole e nell’ombra: a volere indicare la mutevolezza di luce e d’umore, cui è soggetto lo scorrere del giorno.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala dell’Aria (Mattia Preti, 1661) – La Sera tra il Tempo e la Fama

La Sera, inquadrata tra le due allegorie del Tempo e della Fama. Per illustrare la Sera, Preti si valse del mito di Diana ed Endimione: la dea lunare, seduta sul suo carro, osserva stupefatta Endimione, cui è stato concesso il dono di un’eterna giovinezza serbata da un sonno che ristora ogni fatica.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala dell’Aria (Mattia Preti, 1661) – La Notte

La figura raccolta e scura della Notte – la sola ad essere trainata, col suo carro, da una pariglia di cavalli neri – chiude, infine, la sequenza delle parti del giorno.

Valmontone – Palazzo Doria Pamphili – Sala dell’Aria (Mattia Preti, 1661) – L’Aria

Sequenza che ha nel mezzo, in un ovale, l’allegoria dell’Aria: elemento naturale impercettibile, intorno a cui ruota da sempre la girandola dell’esistenza umana.

Carlo Andreoli