di Mario Maccari
Proponiamo lo scritto di Mario Maccari, già pubblicato sui social, sulla chiusura della Chiesa Madre di San Benedetto. Una decisione che certamente necessaria che, forse, si sarebbe potuta evitare se si fosse agito per tempo. Un accorata lettera al nostro caro Benedetto.
“CIAO BENADÌ”
Ciao Benadì, purtroppo siamo arrivati alle note finali di quel ballo che non avrei mai voluto finisse.
Ciao Benadì, mancherai. Mancherai tantissimo.
Ciao Benedì, punto di riferimento di un’intera comunità.
Tempio spirituale della città.
Eri accoglienza e calore.
Per molti sei stata una prima casa, per altri una seconda, per tutti un rifugio.
Benadì, eri luogo di raccoglimento, di pace, di confronto, di gioco, di sofferenza, ma anche di guarigione.
Oggi non staremo qui a parlare delle responsabilità morali dei molti che avrebbero dovuto, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, aiutarti a resistere alle intemperie… e non l’hanno fatto.
Benedì, mi dispiace!
Mi sento davvero male.
Ti chiedo scusa!
È un turbinio di emozioni: rabbia, amarezza… difficili perfino da descrivere.
Dopo il confronto di ieri, in chiesa, non posso che condividere la decisione — sofferta ma giusta — del nostro parroco di chiudere.
La sicurezza delle persone viene prima di tutto: è una scelta che solo uomini coraggiosi possono prendere.
Ma quello che fa rabbia, Benadì, è che oggi molti cadono dalle nuvole; come se ritornassero da viaggi mentali, da escursioni mistiche e da illusioni distorte in cui tutto sembrava “rose e fiori”.
Alcuni parlano, riempiono l’aria di parole, metafore, discorsi vuoti… senza dire nulla, senza dar conto.
Lo sappiamo entrambi: se tutto andrà bene, resterai chiusa per molto tempo.
Perché i fondi sono un’incognita.
Perché i lavori forse inizieranno… ma nessuno sa quando finiranno.
Sono sinceramente triste, Benadì.
Perché da quando ero bambino -da chierichetto- ti ho vissuta davvero.
Ho visto tante messe, sfilate, celebrazioni, anche autocelebrazioni.
La rabbia nasce dalle promesse.
Da progetti costruiti sull’aria, destinati a scontrarsi con l’inaspettata – ironico – realtà.
E a forza di mascherare i problemi sotto il tappeto… il solaio, prima o poi, crolla.
Benadì, quella falda acquifera sotto le tue fondamenta ti sta distruggendo.
Ti invade come un male che non lascia scampo.
Benadì, sei piena di metastasi che minacciano la tua tenuta strutturale: le crepe, le volte, le colonne che cedono…
sono rumori assordanti per alcuni e coltelli che trafiggono per altri.
Ed eccoci qui oggi, a commemorare il culmine di un decadimento che parte da lontano, ma che proprio oggi -con la chiusura delle tue sacre porte- metaforicamente diventa realtà.
Una realtà dura, amara:
un deserto sociale, una povertà culturale che, da nord a sud, come la parietaria invade, un pessimismo che ha raggiunto anche gli animi dei più fervidi lottatori di questa società.
Ma si sa: le forze e la volontà, prima o poi, cedono.
Perché quando i colpi sono più forti delle difese,
anche il muro più solido, più ingegnoso, più armato…
prima o poi crolla.
E oggi affoghiamo -nel vero senso della parola- nella più totale indifferenza.
