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Brunetto Aloi pittore vibonese neoclassico

Nel 1830, scrivendo al noto archeologo tedesco Eduard Gerhard, lo storico e letterato vibonese Vito Capialbi così s’esprimeva: “Le ne rendo le più vive grazie per quanto ella ha fatto, e quanto farà in seguito pel sig. Brunetto Aloi, giovine, che unisce ad illibato costume un trasporto e genio per la pittura, e che fa sperare un’ottima riuscita. Proteggere siffatte persone è proprio degli uomini scienti, e filantropi; ed io dirigendolo a lei, all’amico Catel, ed all’illustre Cav. Camuccini ho creduto dargli le migliori guide pel suo cammino artistico.” Opuscoli vari del dottor Vito Capialbi, Tomo III, Napoli, 1849, pag.95

A sinistra: Nicotera – Duomo – Incredulità di s. Tommaso (B. Aloi,1832) A destra: Vibo Valentia – Chiesa di s. Leoluca – Incredulità di s. Tommaso (E. Paparo, 1820)

Ed in effetti, dopo l’ammaestramento ricevuto in patria da Emmanuele Paparo (Vibo Valentia 1778-1828) – evidente in talune opere d’esordio, come la “Incredulità di s. Tommaso” del duomo di Nicotera – consta che il giovane Brunetto Aloi (Vibo Valentia 1810-92) abbia quindi avuto una formazione romana presso il rinomato Vincenzo Camuccini (Roma 1771-1844). Ricevendo da entrambi una chiara impronta di stile neoclassico, che l’Aloi sarà fiero d’esibire fino al compimento della sua carriera.

Pizzo – Chiesa delle Grazie – Dipinti del soffitto e dettaglio delle “Nozze di Cana” (B. Aloi, 1833)

Un lavoro piuttosto impegnativo, che l’artista ventitreenne affronta con destrezza ed assoluto controllo delle sue risorse d’arte, pur ancora ligie ai dettami della scuola, è il ciclo di dipinti eseguito, nel 1833, nel soffitto della chiesa delle Grazie di Pizzo. Nell’elegante quadratura a stucco dell’ampia superficie, spicca il tondo grande delle “Nozze di Cana”; inframmezzato dalla serie binata di tondi minori aventi per soggetto una “Adorazione dei Magi – Presentazione al tempio” ed un “Battesimo di Gesù – Riposo in Egitto”; mentre un tondo terminale chiude la sequenza, oltre l’arco di trionfo, mediante un luministico “Presepe”.

Polistena – Chiesa matrice – Gloria dell’Eucaristia (B. Aloi, 1840) – Part.

Il repertorio dell’Aloi è solo e sempre d’arte sacra. Ed egli prova a immettervi un tocco personale, sia cimentandosi nella invenzione d’una propria variante iconografica – premiata spesso da un esito felice – sia infondendo ai suoi dipinti un tono denso ed unitario di luce e di colore che sveli, carezzandole, le forme tornite delle sue figure.

Polistena – Chiesa matrice – Miracolo di s. Biagio (B. Aloi, 1849) – Part.

Un dipinto che si offre come saggio della sua maturità è il “Miracolo di s. Biagio” di Polistena, del 1849. Le due sagome affrontate della madre del ragazzo e del santo taumaturgo dal gesto ieratico hanno un’impeccabile linea neoclassica; accentuata, nella donna, dal copricapo ritorto di tessuto a righe e dalla stoffa aderente della veste che ne fanno un figurino del coevo melodramma romantico. L’azione convenuta ed artefatta, espressa dai tre soggetti in primo piano, riceve come un lampo di cordiale simpatia dall’aria indagatrice del padre, che s’insinua inaspettato tra di loro; ed ha un’eco graziosa di sgomento nel viso della giovine dalla chioma agghindata: modella che ricorre in altre tele dell’Aloi.

Cinquefrondi – Chiesa del Rosario – S. Vincenzo Ferrer (B. Aloi, 1850)

E uno scatto, ancora, d’estro originale – sia nella concezione dell’impianto, che nella disinvolta introduzione d’allusive allegorie – sembra di ravvisarsi nel “S. Vincenzo Ferrer” di Cinquefrondi. Tanto da mitigare il giudizio sommario d’Alfonso Frangipane – “mediocre accademico” – che tanto ha pesato sulla stima generale dell’Aloi. Un santo giovane e dalla chioma riccioluta, inebriato sul suo podio d’un misticismo trasognato, leva l’indice verso l’alto; dove un’accolta di misteriose allegorie conferisce alla cera del dipinto un’atmosfera surreale.

Polistena – Chiesa della ss. Trinità – Madonna dell’Itria (B. Aloi, 1852)

L’iconografia, affatto originale, della “Madonna dell’Itria” di Polistena è stata offerta all’Aloi da una tavola del sec. XVI conservata nella chiesa della Trinità; ripresa, ancora, da un gruppo ligneo di Vincenzo Scrivo del 1797. In essa, la Madonna ed il Bambino posano su una cassa, sostenuta da due monaci. In secondo piano, s’intravede il mare; che sembra quasi raggelare, col suo alito d’azzurro, la densa coltre d’oro che avvolge di santità Maria col Bambino.

Cittanova – Chiesa del Rosario – Sacra Famiglia (B. Aloi, 1857)

Del lungo campionario di dipinti dell’Aloi, che si chiude con la “SS. Trinità” di Vibo Valentia del 1885, trascegliamo, infine, la “Sacra Famiglia” di Cittanova. In essa, la lezione neoclassica romana traspare nella posa ricercata del gruppo di figure d’elegante nitore; raddolcita dal gesto d’effusione della madre e dallo sguardo caldo di premura del padre. L’ambiente rarefatto della scena – una colonna, un tavolo ed un cesto da bucato – vive, quindi, del tepore umano della triade; che l’artista – tutt’altro che mediocre e tutt’altro che accademico – suscita dal profondo del suo “genio per la pittura”: così come aveva presagito il Capialbi.

 

Carlo Andreoli