Per i boomer, i soldi erano sudore e sacrificio. Per i millennial, sono un flusso continuo, immateriale, quasi invisibile. E questo cambia tutto. Cambia il modo in cui spendiamo, in cui risparmiamo — ma anche in cui rischiamo.
È di questo che si occupa la psicologia del denaro, come la definisce Edoardo Lozza, docente all’Università Cattolica. Non solo una disciplina accademica, ma anche una lente attraverso cui leggere emozioni, dipendenze, comportamenti che spesso sfuggono alla logica economica. Il denaro, seconda Lozza, non è più solo un mezzo di scambio. È uno status, è identità, è emozione. E in questa trasformazione, le generazioni si sono spaccate. Da una parte c’è chi con i soldi ci parlava, li contava, li nascondeva sotto il materasso. Dall’altra c’è chi li tocca solo attraverso uno schermo, con un tap su una carta virtuale. Una differenza che non è solo estetica, ma profondamente psicologica. I millennial (e ancor più la Gen Z) percepiscono i soldi come qualcosa di astratto, flessibile, talvolta illimitato. Non è un caso che preferiscano la carta al contante: la transazione diventa meno tangibile, e quindi meno dolorosa. Il prelievo, al contrario, fa male. È un gesto concreto che marca la perdita. Il risultato? Spesso si spende di più, con meno consapevolezza.
D’altronde nel nostro paese si usano sempre di più i pagamenti digitali: secondo un’indagine condotta da Sia, in Italia il 65% dei cittadini ne ritiene fondamentale la sicurezza, mentre solo il 25% privilegia la semplicità. Il 35% è refrattario all’uso di strumenti elettronici, mentre il 23% li adotta con entusiasmo. I low users, quelli che li usano di meno, temono truffe (27%) e perdita di controllo sulle spese (23%), mentre al contrario, il 39% degli heavy users ha già subito frodi ma considera i pagamenti digitali più comodi, veloci ed efficaci. L’88% di loro ritiene comunque il cambiamento inevitabile.
Lo fanno anche i boomer, anche se, per tornare all’analisi di Lozza, trattano ogni euro come se fosse l’ultimo. Ogni spesa è ponderata, ogni uscita è un piccolo trauma. È una cultura dell’accumulo e della prudenza che mal si sposa con l’immediatezza dell’economia digitale. Il vero punto di frizione, però, è nel rapporto con il rischio. Dove i giovani, più esposti agli strumenti digitali, sono anche più vulnerabili non solo a livello di truffe ma anche sul piano delle dipendenze. Come quelle legate al gioco d’azzardo, che per molti ragazzi è solo un passatempo, un click sul telefono, un gesto senza importanza. Che nasconde però tanto altro: l’illusione del controllo, la sottovalutazione del pericolo, la mancata percezione della perdita.
Per questo serve una nuova educazione finanziaria, che parli di emozioni prima ancora che di numeri. E che faccia capire ai ragazzi come si riconosce un comportamento a rischio, come si gestisce la frustrazione, come si costruisce una relazione sana col denaro. Secondo Lozza il punto non deve essere demonizzare la moneta elettronica che, anzi, può aiutare a controllare meglio le spese, se usata consapevolmente. Il punto deve essere una nuova educazione che permetta di guardare al denaro con occhi nuovi. Con occhi consapevoli, sicuri, maturi. Per pesare ogni euro, speso e guadagnato.
