Press "Enter" to skip to content

Artisti calabresi nel polo museale di Bologna

La presenza d’artisti calabresi nel polo museale di Bologna offre una rassegna piuttosto sparuta ma nondimeno originale; protraendosi dal barocco, fino all’arte contemporanea; e trovando luogo in sedi di prestigio, che esaltano il precipuo valore delle opere.

Bologna – Pinacoteca nazionale – Sacrificio d’Isacco (Mattia Preti, 1651-52)

In una delle sale del Seicento della Pinacoteca nazionale, si conserva il “Sacrificio d’Isacco” di Mattia Preti (Taverna 1613 – Malta 1699): una tela di grande formato, proveniente dalla ricca collezione Zambeccari. Nell’ottobre del 1651, reduce dallo “applauso universale” suscitato dagli affreschi romani di s. Andrea della Valle, il Cavalier calabrese giunse alla corte di Francesco I a Modena. E lì si trattenne fino al marzo del 1652, onde portare a termine gli affreschi della cupola della chiesa modenese di s. Biagio. Si ritiene che in tale lasso di tempo abbia eseguito il dipinto bolognese, che attenua il modellato portentoso di matrice caravaggesca con la cromia del Guercino e l’ariosità del Lanfranco.

Bologna – Galleria d’arte moderna – Idillio fugace (Gaele Covelli, 1899)

Tra i beni di pertinenza della Galleria d’arte moderna, riorganizzata oggi in varie sedi espositive, conta la tela “Idillio fugace” di Gaele Covelli (Crotone 1872 – Firenze 1932). Allievo a Napoli in gioventù di Domenico Morelli, Covelli si stabilì poi a Firenze ove strinse amicizia con Fattori e Signorini. Così che il suo stile mise un amalgama gustoso di verismo campano e di macchia toscana, sentendo pure l’influenza francese di Courbet. Il dipinto bolognese – che ritrae un’effusione d’affetto avventurata, vissuta nella penombra d’un vagone di terza classe – s’aggiudicò nel 1899 il premio Baruzzi di Bologna; e consentì all’autore, l’anno dopo, d’accedere all’Esposizione universale di Parigi.

Bologna – Casa Carducci – Alle fonti del Clitumno (Francesco Raffaele Santoro, 1876-80)

In un luogo storico d’assoluto riguardo, qual è “Casa Carducci” di Bologna, si conservano, nella sala da pranzo, due opere egregie di maestri calabresi. Una tela di Francesco Raffaele Santoro (Cosenza 1840 – Roma 1927), prendendo spunto dall’ode del Carducci “Alle fonti del Clitumno” pubblicata nel 1876, propone uno splendido paesaggio, che si vale d’una ricca cromia vibrante di colore e di un’accorta gradazione della luce. L’opera fu acquistata dalla regina Margherita di Savoia; e venne dalla sovrana offerta in dono alla città di Bologna.

Bologna – Casa Carducci – Busto di Giosuè Carducci (Saverio Gatto, 1907)

Saverio Gatto (Reggio Calabria 1877 – Napoli 1959) è, invece, autore d’un icastico “Busto di Giosuè Carducci”, eseguito in terracotta modellata. L’opera è un bozzetto del busto in bronzo che Gatto eseguì, di lì a poco, per la Villa comunale di Napoli. Uno spiccato spirito d‘introspezione psicologica modella la figura del poeta, in una plastica veloce e disinvolta di sicuro gusto impressionista.

Bologna – Museo d’arte moderna – Viso trasparente (Mimmo Rotella, 1961)

Un alfiere internazionale del Nouveau Réalisme, Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 – Milano 2006), è presente nella raccolta del Museo d’arte moderna con uno dei suoi tipici décollages: “Viso trasparente” del 1961. Lo strato di manifesti pubblicitari – strappato dai muri della città ed incollato in studio sulla tela – dà una traccia reinventata dello spirito del tempo: quasi un singulto di residua umanità, che la civiltà di massa tralascia noncurante.

Bologna – Palazzo Pepoli Campogrande – Disegni e stampe – The meeting ends (Angelo Savelli, 1965)

Nel gabinetto delle stampe di palazzo Pepoli Campogrande, nella collezione di Luciana Tabarroni, s’annovera, infine, un’acquaforte in rilievo di Angelo Savelli (Pizzo 1911 – Dello 1995): un vero e proprio guru dell’astrattismo newyorkese della seconda metà del ‘900. Seguace dello yoga e dello zen, Savelli bandì dai suoi lavori ogni colore, per fare uso unico del bianco: deposito ancestrale del sentimento immacolato di purezza e perfezione. In questa “Fine dell’incontro” due sagome isomorfe tentano un approccio, di cui s’ignora l’esito. Così nell’arte, come nella vita.

 

Carlo Andreoli