Domenico Oranges nella chiesa della Riforma di Cosenza • Cetraro In Rete
  • 18 ottobre 2017
Carlo Andreoli,

Domenico Oranges nella chiesa della Riforma di Cosenza

Tra i danni provocati dall’incursione aerea del 1943, si contò a Cosenza anche la rovina della chiesa della Riforma: un edificio eretto dalla Famiglia Firrao nel 1645 ed officiato dai Francescani Riformati, che lasciarono al luogo sacro il nome ancor oggi corrente di Riforma.

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Tra i beni superstiti dell’antica chiesa – ricostruita da Salvatore Giuliani, nel 1976, col nuovo titolo di ss. Crocifisso – rimane sulla facciata il portale maggiore, che reca nel mezzo lo stemma dei Firrao.

Cosenza – Chiesa della Riforma – Portale maggiore

Nell’interno, si segnala invece, nella navata di sinistra, una buona ancona lignea intagliata, che racchiude una tela ad olio della seconda metà del ‘700 dedicata a s. Pietro d’Alcàntara: il santo spagnolo, istitutore del ramo francescano degli Scalzi, che proprio nel ‘700 godette di largo culto nel Regno di Napoli, nel clima d’un severo ritorno alla regola francescana dei primordi.

Cosenza – Chiesa della Riforma – Altare di s. Pietro d’Alcàntara

Il dipinto raffigura propriamente una “Estasi di s. Pietro d’Alcàntara”, ritratta a tinte fosche in un vago contesto naturale. Attribuita a lungo a Giuseppe Pascaletti, l’opera è stata di recente assegnata al maestro cosentino Domenico Oranges (1710-1788): di cui forma, anzi, uno dei numeri più riusciti e convincenti del suo catalogo in continuo assestamento.

Cosenza – Chiesa della Riforma – Estasi di s. Pietro d’Alcàntara (attr. Domenico Oranges, c. 1760)

Il santo appare, genuflesso, in primo piano; mentre adora – con un volto emaciato dalla lunga astinenza, nelle cui orbite aleggia una cruda implorazione – una croce che due angeli compongono, assemblando i tronchi d’un albero nodoso.
Segno premonitore di quella regola austera di vita e di preghiera, che anche nell’apparecchio della croce esige un’assoluta povertà: quanto un’aspra natura possa sola consentire.

Un’altra coppia d’angeli – dall’incarnato roseo, che contrasta col timbro bruno fulvo del dipinto – è intenta a preparare una “disciplina”: con cui s. Pietro fustiga la propria carne, per meglio disporla a quell’incontro col divino, che egli sempre auspica come momento autentico e sublime d’ogni vera orazione.

Cosenza – Chiesa della Riforma – Estasi di s. Pietro d’Alcàntara (attr. Domenico Oranges, c. 1760)

La ricchezza di dettaglio, di cui l’Oranges fa bella mostra, coglie un apice di vero virtuosismo nelle mani aperte del santo, che hanno dita a fusello ben spiccate dal palmo; nell’evidenza materica del saio rattoppato, la cui trama a solchi fitti rigiranti veste la nudità di una pura ed umana sobrietà; nel cingolo di canapo che discende, allacciato nella vita, nella pausa dei tre nodi evocanti i voti di povertà, castità ed ubbidienza; nel rosario a grani grossi di mogano, che si termina in un teschio sovrastato dalla croce, in memoria di quel golgota ch’era noto con l’epiteto di “collina del cranio”, per via dei tanti teschi di condannati a morte rimasti insepolti.

Cosenza – Duomo
S. Bruno
(Domenico Oranges, 1758)

L’opera ha una chiara affinità di spirito e di modo col “S. Bruno” del Duomo di Cosenza, che l’Oranges dipinse nel 1758. Così che essa può essere addossata al finire degli anni ’50 del 1700; dopo che il maestro aveva già eseguito il ciclo di dipinti dedicati a s. Nicola, presente oggi nell’omonima chiesa cosentina.

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